Pubblicato da: nonhosonno | marzo 16, 2010

Donne senza uominidi Shirin Neshat

Munis, Faezeh, Zarin, Fakhiri. Sono le quattro protagoniste di Donne senza uomini della regista, fotografa e video-artista iraniana Shirin Neshat. Ognuna di loro, in quel 1953 di rivolta antimperialista e di sussulti democratici, ha i propri sogni e desidera, in maniera diversa, la libertà. Munis è interessata alla politica e vorrebbe unirsi a chi combatte per la nazionalizzazione delle compagnie petrolifere, per l’Iran libero, per la democrazia. Munis vorrebbe scendere in strada, manifestare, lottare. Ma viene tenuta segregata dal fratello, nella sua casa di Teheran. Faezeh, invece, coltiva un’immagine idealizzata del matrimonio, è ligia alle convenzioni e vorrebbe sposarsi. Presto però conoscerà la brutalità del potere maschile. Zarin è una prostituta anoressica. La sua vita è un susseguirsi di clienti dai volti indistinti. Zarin vorrebbe fuggire dal bordello, dove sta morendo lentamente di minuto in minuto. Fakhiri è una bella signora sposata a un generale, che la fa vivere nell’agio ma senza capirla. Fakhiri era una donna colta, creativa e cantava. Da quando è moglie canta in casa, quando è sola. Fakhiri vorrebbe lasciare suo marito. Ma in Donne senza uomini non c’è via di scampo. Il grande merito del film è che la questione femminile, al centro della narrazione, diventa la metafora per raccontare la questione democratica in Iran. L’oppressione delle donne è l’oppressione delle persone. L’ingiustizia verso le donne è l’ingiustizia sociale. La voglia di libertà delle protagonista è la voglia di libertà di tutti coloro che si oppongono al pregiudizio e alla sopraffazione come fondamento della società. La ricchezza interiore delle protagoniste è la ricchezza (repressa) di una cultura millenaria che l’imperialismo ha soffocato per decenni.

La prima cosa bella del lavoro di Shirin Neshat – nata vicino a Teheran, ma presto emigrata in California dove ha studiato a Berkeley – è proprio questa: che Donne senza uomini racconta il sogno di un mondo politicamente ed eticamente migliore. L’idea che dà spessore artistico al film sta nella fuga onirica che compone, di fatto, la parte centrale dell’opera. A un certo punto la regista abbandona il realismo per approdare a un “surrealismo magico”. Le protagoniste si ritrovano in una villa fuori Teheran, dove simbolicamente creano un comunità fondata sulla reciproca cura e sulla solidarietà. La regista mette in scena il desiderio legittimo di essere vivi e lo localizza in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio. Ma la verità è un’altra. E torna in scena, alla fine, con l’arrivo dei militari pronti a ribadire l’ordine maschile. Che è l’essenza del potere bulimico, mai pago e opprimente. È nel ritrarre un mondo bucolico, bello, protettivo, nel raccontare il rifugio dell’anima delle protagoniste, che la regista rende veramente straziante la conclusione storica e narrativa. L’abbandono del realismo e l’ingresso in una dimensione para-onirica (la scena della festa ha reminiscenze bunueliane) è funzionale a esprimere la discrasia tra come potrebbe essere e non è. Funzionale a farci vagheggiare un mondo possibile che purtroppo non sarà. La verità è che le quattro donne sono condannate, ora e sempre, al proprio stato di non-vita, in una ciclicità eterna e inossidabile.

Lo stato della donna racconta lo stato dell’umanità calpestata (non è un caso che il film sia dedicato a tutti coloro che hanno combattuto per la democrazia in Iran), racconta l’ingiustizia che purtroppo prevale. Donne senza uomini è girato benissimo (giustamente ha vinto il Leone d’Argento per la regia a Venezia) con una forte attenzioni all’illuminazione e ai colori. Dominano il verde scuro e i toni grigi, spenti. E la luce si fa presente solo nei momenti in cui viene messe in scena la fuga dall’asfissiante realtà. Oltre a una splendida fotografia e a un gusto peculiare per i tagli delle inquadrature e le profondità di campo, si fa notare la colonna sonora di Ryuichi Sakamoto. Donne senza uomini è un film eccellente e un vero pugno nello stomaco. Un canto disperato dedicato a chi lotta nella consapevolezza che la violenza prevale e che il mondo non è per nulla un luogo confortante.

Donne senza uomini (Zanan-e Bedun-e Mardan), di Shirin Neshat, Germania/Austria/Francia, 2009, 95 minuti

Cast: Pegah Feridoni, Arita Shahrzad, Shabnam Toloui, Orsolya Tóth

Distribuzione: Bim

Uscita in Italia: Mostra del cinema di Venezia 2009, 12 marzo 2010 (al cinema)


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