Pubblicato da: nonhosonno | giugno 21, 2010

Bright Stardi Jane Campion

C’è poco da fare: a metà giugno la stagione comincia a languire. Per quanto si voglia “allungare” l’anno distributivo, non è in questo periodo che si sparano le migliori cartucce. Ma se alle spalle c’è un’annata come quella 2009-2010 (non proprio fulgida), non per forza gli ultimi fuochi sono i più spenti. Venerdì scorso sono usciti due film, diretti da due donne, che hanno i propri natali nel cinema stesso ma in maniera diametralmente opposta. Sono Il padre dei miei figli di Mia Hansen Love, giovane e bella regista francese, e Bright Star della ex “promessa” neozelandese Jane Campion.

Il primo racconta la vita e il suicidio del produttore Humbert Balsan, anche se nel film non si chiama così, e mette in scena la storia vera di un uomo che si è impiccato a 50 anni nel 2005 a causa dei debiti della sua casa di produzione e della depressione conseguente. Balsan è stato produttore di Chahine, di Suleiman, di Claire Denis, un uomo di indefessa passione per la settima arte, e Il padre dei miei figli si concentra molto sugli aspetti economici e concreti della sua vita. Costruito molto bene, il film non si conclude con il suicidio, ma con la vita che continua e con una moglie (Chiara Caselli) che deve “fare i conti”, in tutti i sensi, con la realtà. E, forse, con il cinema che nasce e che verrà: quindi con questo stesso film. La regista, compagna di Olivier Assayas che conosceva Balsan, realizza un buon film, che – non è certo la prima volta – per partenogenesi racconta il cinema e un uomo di cinema omaggiando questo e quello.

Molto differente, la questione di Bright Star che invece racconta la vita, l’amore e la morte di John Keats, il poeta romantico stroncato dalla tubercolosi a 25 anni. Anche qui, la protagonista vera è una donna, Fanny Brawne (Abbie Cornish), che sopravvive alla fine dell’amato. E anche qui gli impedimenti alla felicità sono di natura concreta, data dalla povertà dell’artista (moderno) che si deve mantenere con le sue opere e da una società che voleva le giovani donne destinate a un matrimonio conveniente. In questo caso, apparentemente, la natura cinematografica del film c’entra poco. Ma non è così. Perché Bright Star nella sua adamantina “scontatezza” sembra nascere dal cinema per autopoiesi. Come, appunto, se il cinema generasse se stesso. Da una parte, la storia di un uomo di cinema che diventa narrazione. Dall’altra, la storia di un poeta che pare un continuo déjà vu visivo. La Campion, tralasciando la volontà di essere contemporanea e originale (per fortuna: leggi soprattutto alla voce In the Cut) torna a fare quel che le riesce meglio. Orli e trinoline, Mozart e campi di spighe dorati, farfalle e fiori. Bright Star è uno di quei film in cui non c’è niente di vero, tanto che pare vivere in una dimensione parallela, tanto che il “suo” Ottocento sembra un’ambientazione fantasy. Di che tempo ci sta parlando questo film, se non del tempo del cinema fuori dal tempo? Dell’Ottocento immaginato, e riportato dai romanzi, dai quadri e dal cinema stesso? Qui sta, in qualche modo, la riuscita di Bright Star. Perché se Il padre dei miei figli è un film vitale sull’amore viscerale di chi crede nel cinema, Bright Star è un film mortuario perché cristallizzato nel già narrato. E la Campion in questi contesti regge meglio (leggi alla voce: Ritratto di signora). Da una parte, quindi, una storia di cinema che viene portata alla vita. Dall’altra una vicenda di vita che sprofonda nel cinema. Ma così tanto da raccontare una dimensione così artificiale e così “a parte” che è piacevole crederci.

C’è, in fondo, qualcosa di più distante dai nostri tempi del romanticismo? Delle poesie di Keats? No. Proprio per questo Bright Star può permettersi di essere un racconto fantastico, una storia d’amore proveniente da un pianeta lontano. Di essere un film “a priori”, esistente prima di esistere, iperuranico. Mentre Il padre dei miei figli è un buon film, Bright Star è “un” film, in senso indeterminato. Due lodi concrete al film di Jane Campion però vanno fatte. Prima lode per la protagonista Abbie Cornish. Che è una fata, una favola, una meraviglia. E ricorda la conterranea Nicole Kidman in Ritratto di signora (dispiace solo che lo spirito sadico della regista faccia piangere la Cornish assai meno di quanto non accadesse con la divina Nicole). Secondo elogio – meno importante – è che il film risulta sobrio ed essenziale dal punto di vista strutturale e narrativo. In particolare, di romantico nella figura di John Keats, c’è soprattutto la propensione a stare sotto la pioggia senza ombrelli e senza giacca (quindi il déjà vu). Trasandatezza che lo conduce all’ineluttabile fine.

Bright Star, di Jane Campion, GB/Australia/Francia, 2009, 120 minuti

Cast: Abbie Cornish, Ben Whishaw, Paul Schneider, Kerry Fox, Edie Martin, Thomas Sangster, Claudie Blakley, Gerard Monaco, Antonia Campbell-Hughes

Distribuzione: 01 Distribution

Uscita in Italia: venerdì 11 giugno 2010.

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