Pubblicato da: nonhosonno | marzo 23, 2010

Il profetadi Jaques Audiard

Malik va in galera a 19 anni. È orfano, semianalfabeta. È di origine araba, ma per lui non significa niente. Non sappiamo perché sia dentro. Deve farsi sei anni. È solo. Quindi debole. Perchè in prigione, senza essere protetti, senza appartenere a un gruppo, non si conta niente e si viene presi calci e pugni. Però Malik ha un vantaggio: senza identità definita, è una pedina che può muoversi liberamente. Se ne accorgono per primi i mafiosi corsi. Che pretendono da lui un’iniziazione senza sconti: dovrà uccidere un collaboratore di giustizia arabo, internato nella sua sezione. Se non lo fa, ci lascia le penne lui. Se lo fa, allora sarà protetto dalla cosca. Malik lo farà e con successo. Inizia così la sua “scalata” sociale: dopo l’omicidio, è protetto e “servo” dei mafiosi. Ma il ragazzo è molto intelligente, ha occhi e orecchie aperte. Imparerà a scrivere, a leggere, a capire come vanno le cose. Ad adattarsi e a fare il suo gioco. Da servo diventerà padrone. Da bambino diventerà adulto. Da uomo senza qualità costruirà la propria identità.

Il profeta di Jacques Audiard è un film memorabile senza essere un film perfetto. Intendiamoci: il film è bellissimo. Ma non c’è una risonanza impeccabile tra i mutamenti emotivi del protagonista e il modo in cui ci vengono raccontati. Malik, in sei anni, attraversa le fasi evolutive di una crescita. Nelle prime scene ci viene presentato alla maniera degli empiristi inglesi: appena nato un futuro individuo è una tabula rasa. Quando arriva in prigione Malik non è niente. Non possiede un credo, non ha consapevolezza delle proprie origini. Deve imparare tutto. La prima cosa che si impara è la violenza. La prima parte del film – più riuscita – è fisica, corporea, fatta di carne e sangue. Poi, il processo di adattamento darwiniano passerà attraverso l’uso della razionalità e del calcolo. La violenza è solo l’incipit, in seguito i mezzi per la sopravvivenza diventano più sofisticati. Malik intuisce i giochi di potere in cui inserirsi: in questo momento è la razionalità a trionfare. L’evoluzione psichica del personaggio, però, a un certo punto ha una virata. Dal punto di vista logico (e filosofico, verrebbe voglia di aggiungere), è questa virata a far spiccare il volo al film, a renderlo un momento importante nella storia del noir di formazione. Dal punto di vista tematico, la virata è il prepotente ingresso dell’irrazionalità, tenuta compressa per anni, e la ricomprensione della parte emotiva nella struttura psichica di Malik. Dal punto di vista della sceneggiatura, c’è una sottotrama rivelatrice: oltre a servire i corsi, parallelamente Malik ha anche dato vita a una propria “attività” di spaccio con la complicità di un amico (arabo) uscito dalla galera. Lo ha fatto senza avvertire i boss della mala per cui lavora. Lo ha fatto perchè l’emancipazione e l’affermazione della propria personalità giacevano nel silenzio ma erano presenti. L’altro snodo fondamentale della sceneggiatura non si può rivelare poichè costituisce il colpo di scena. Basta dire che nella seconda parte del film ci sono inversioni e ribaltamenti narrativi inaspettati. Perchè Malik inizia a fare quello che sanno fare solo gli adulti veri: compiere scelte apparentemente irrazionali, che escono dalla sfera dell’utile e appartengono alla sfera del sentimento.

L’emancipazione dal padre/padrone (il boss che gli ordina l’omicidio iniziale, immagine che per tutto il film resterà nei sogni di Malik come il Dna che non ha scelto di possedere, ma che il Demiurgo gli ha innestato) avviene uscendo dalla logica del profitto. Avviene attraverso la trasgressione dall’utilità attesa. La scena in cui il nostro si fa di eroina è una scena chiave. Attraverso la perdita del controllo e solo dopo aver acquisito le informazioni necessarie al proprio adattamento al mondo, si diventa adulti. Nella perdita di controllo si ha un’intuizione di sé. Ed è un’intuizione mistica (Malik, drogato, balla come un derviscio) che conduce alla formazione di un’individualità e di un’appartenenza. Non è vero, infatti, che ne Il profeta non sia toccato il tema delle origini arabe. Al contrario: nella costruzione della propria identità, alla fine il protagonista si riappropria anche delle proprie origini “storiche”. Il profeta è un film di un’intelligenza e di una profondità rare. Ma la regia dà il massimo nella parte più classica, quella dell’adattamento al contesto. In seguito, il percorso interiore di Malik resta descritto in maniera naturalistica. E il ritmo degli eventi resta serrato dall’inizio alla fine. L’evoluzione di Malik è invece più sfaccettata della sua espressione sullo schermo. Così, molti aspetti si devono dedurre da segni registici che però non riescono a diventare “stile”. Per questo l’orchestrazione complessiva non è ineccepibile.

Il profeta – senza dubbio il film migliore uscito in questi primi mesi del 2010, senza dubbio uno dei migliori film della stagione – fa compiere uno scarto al genere noir e rivisita il romanzo di formazione con acume sorprendente, ma non possiede quella chiarezza di stile necessaria a renderlo un capolavoro assoluto. A ben vedere, però, quello de Il profeta è il destino dei grandi film che fanno compiere slittamenti positivi al cinema ma non sono “rotondi” come frutti maturi. Il nastro bianco di Haneke, che ha scippato nel 2009 la Palma d’Oro al film di Audiard (arrivato “secondo”, vincendo il Gran Premio della Giuria) è un lavoro meno coraggioso e più tornito. Il profeta e Il nastro bianco sono due grandi film divergenti. Da un a parte, il film di Haneke non cambierà la storia del cinema ma è esteticamente e sostanzialmente perfetto. Dall’altra Il profeta ha già un suo posto nella storia del cinema ma non possiede quella perfezione. A ciascuno il suo. In ogni caso, siamo nella sfera dell’eccellenza.

Il profeta (Un Prophète), di Jacques Audiard, Francia/Italia, 2009, 150 minuti

Cast: Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Reda Kateb, Hichem Yacoubi, Jean-Philippe Ricci, Gilles Cohen, Antoine Basler, Leïla Bekhti, Pierre Leccia, Foued Nassah, Jean-Emmanuel Pagni, Frédéric Graziani, Slimane Dazi, Rabah Loucif

Distrubuzione: Bim

Uscita in Italia: venerdì 19 marzo 2010

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