Pubblicato da: nonhosonno | marzo 1, 2010

Invictusdi Clint Eastwood

Accadono talvolta cose imprevedibili. Tipo che uno dei più grandi registi di sempre, uno che negli ultimi dieci anni ha infilato tre capolavori (Mystic River, Million Dollar Baby e Lettere da Iwo Jima) e un ottimo film (Gran Torino) sia scivolato su Invictus. Clint Eastwood, il mito, ha imprevedibilmente realizzato un film noioso, retorico, ridondante sulla figura di Nelson Mandela. Il messaggio di Invictus è (fin troppo) chiaro. Certo è importante, tanto che andrebbe indirizzato a chi non sa più fare politica (come la sinistra in Italia). Una nazione divisa ha bisogno di simboli forti in cui identificarsi e da cui trarre coesione. Prima di amministrare la realtà, bisogna ridare corpo al senso di appartenenza (tema già indagato dal regista, ma nella sua nemesi negativa, in Flags of our Fathers) E, messaggio ancor più forte, il vero capo, il vero artefice del cambiamento non è colui che insegue le pulsioni già presenti nella società. Al contrario, è un visionario che sa trasmettere le proprie idee anche quando vanno controcorrente. La frase centrale del film, in questo senso, viene pronunciata quando Freeman/Mandela si oppone alla decisione di “boicottare” la nazionale di rugby, gli Springboks: “Il giorno che avrò paura di rischiare, non sarò più adatto a fare il leader”. Mandela si oppone a una decisione unanime e democratica, ma presa sull’onda del risentimento (il rugby è il gioco dei bianchi): “Noi dobbiamo essere migliori – dice rivolgendosi alla platea dei suoi sostenitori – Dobbiamo sorprenderli con la comprensione e la generosità”. Questo è Nelson Mandela. Questo è il visionario indomito, il grande “invictus” che ha passato 27 anni in carcere. Ma questo lo sapevamo già. E per conoscere Madiba/Mandela è meglio leggere la sua meravigliosa autobiografia Lungo cammino verso la libertà.

Un film non può essere giudicato solo per il messaggio che propone. E, purtroppo, in Invictus il buon cinema manca. Eastwood, stimolato da uno dei suoi più cari attori (Morgan Freeman), sembra realizzare questo film svogliatamente. La trama, come si sa, ruota attorno ai mondiali di rugby, uno sport che i neri non praticavano, e che diventa veicolo di riconciliazione. Perché Madiba decide che quel gioco, il gioco degli “oppressori”, sarà la bandiera di una società senza discriminazioni. Gli Springboks, nel 1995, vinceranno il titolo battendo in finale la Nuova Zelanda. Questi i fatti. Ma nel film ci sono almeno tre problemi. Il primo è il punto di vista. Il vero protagonista di un film è chi subisce, durante la narrazione, un forte cambiamento emotivo. In Invictus il vero protagonista è il capitano della nazionale, interpretato da Matt Damon. Il bianco scettico rispetto al nuovo presidente nero (Per i bianchi la vita peggiorerà? Mandela si vendicherà?) e che poi ne comprende la grandezza. La scena chiave del mutamento di Damon è la visita la prigione di Robben Island, dove Mandela ha vissuto in una cella microscopica: è il momento di avvicinamento con il “mentore”. Il problema è che in Invictus il punto di vista è quello del mentore. Quindi non ci appassioniamo al protagonista, che resta sullo sfondo come una figura bidimensionale, priva di psicologia. Sono lontani anni luce personaggi come Meggie Fitzgerald e il suo allenatore (Million Dollar Baby) nella loro imperitura, complessa, immensità. Il secondo problema del film sono le sottotrame. Ce ne sono due evidenti e una minore. Tutte e tre rafforzano lo stesso concetto: i bianchi e i neri sono divisi ma con un po’ di buona volontà sapranno convivere. Una sottotrama è quella della scorta, che Mandela vuole “mista”: dapprima tra i gruppi ci sono reciproche diffidenze e poi via via la situazione diviene sempre più amichevole. Seconda sottotrama è quella della famiglia di Matt Damon, che ha una serva di colore, che alla fine andrà allo stadio con i suoi “padroni”, trattata alla pari per la prima volta.

Infine c’è la piccola storia (quasi impercettibile) del bambino nero che non vuole la maglietta degli Springboks all’inizio del film e alla fine gioisce assieme ai bianchi per la vittoria. Sono tre vicende che si fanno eco. E l’eco in un film è il contrario del ritmo. La ragione per cui tutto “fa eco” è che in Invictus non esiste un vero ostacolo. Tutto va esattamente come deve andare. Il conflitto sembra finto e la sua risoluzione è liscia come l’olio. Infine, terzo problema: la regia. L’impressione è che Eastwood stesse pensando ad altro e, con una regia così distratta, emerge la difficoltà di raccontare lo sport di gruppo. Le riprese delle partite sono confuse e la lunga mezz’ora della finale è estenuante. La retorica nei toni domina poi senza tregua. C’è però una scena bella: quando l’aereo sorvola lo stadio, durante la finale, creando suspense (sarà un attentato?) e rievocando indirettamente l’attacco alle Twin Towers. Altra cosa bella (la più bella) è la poesia che dà il titolo al film, di William Henley, la preferita di Mandela. Vale la pena leggerla.

Invictus, di Clint Eastwood, USA, 2009, 134 minuti

Cast: Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge, Patrick Mofokeng, Matt Stern, Julian Lewis Jones, Adjoa Andoh, Marguerite Wheatley, Leleti Khumalo, Patrick Lyster, Louis Minnaar, Penny Downie, Shakes Myeko, Sibongile Nojila.

Distribuzione: Warner Bros Italia

Uscita in Italia: venerdì 26 febbraio 2010

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Responses

  1. non sono per niente daccordo!!! penso sia uno dei film piu’ belli di eastwood! il fatto che il film fili liscio come l’olio non è cosi’! il vero ostacolo è il razzismo! molto probabilmente se la nazione non si univa gli springbooks non avrebbero vinto il mondiale! una delle frasi piu’ belle è quando a fine partita il giornalista afferma che la squadra non avrebbe vinto il mondiale se non grazie alle 45 mila persone presenti allo stadio. il capitano replica “NO! GRAZIE AI 43 MILIONI DI PERSONE CHE HANNO SOSTENUTO LA NOSTRA SQUADRA” Inoltre essendo un giocatore di rugby e grande appassionato di questo sport posso dire che l’ultima mezz’ora della finale è stata una delle parti piu’ belle del film in cui fa vedere la lealtà, la forza, il gioco di squadra, la felicità, l’importanza e il rispetto di questo sport, facendo così capire che la scelta di Mandela era quella piu’ azzeccata! Come poteva unire la Nazione se al posto del Rugby c’era il Calcio sport in cui prevale, l’egoismo, la slealtà, l’offesa, il poco rispetto verso l’avversario? Secondo te era possibile? COMMENTATE

  2. Brutto scivolone, Battistini. Il valore estetico di un film non è un fatto di gusti personali, questo dovrebbe saperlo. E, mi spiace, questo è un film perfetto.

  3. centrati in pieno i problemi del film. il protagonisti solo il rugby e il capitano della squadra ma sono le cose meno e peggio trattate dei film…

  4. discutere fa bene! in un mondo ammansito, in cui si ha sempre più paura ad andare controcorrente (parlar bene di tutto e dei film aprioristicamente importanti è molto facile). esprimere idee non conformi alla media può suscitare critiche e discordanze. ben vengano! viva la diversità.
    può darsi io abbia preso uno scivolone, ma il film è stato accolto molto tiepidamente da tanti tanti critici (mereghetti, per esempio). difficile davvero definirlo uno dei film più belli di eastwood. In ogni caso, mi piace la critica di un tempo. quella anni ’60 e ’70, che aveva forza e coraggio. proponeva idee, magari opinabili, ma non si limitava a incensare gli intoccabili o a sparare sulla crocerossa (criticare moccia è compito da dilettanti).
    il coraggio di esporre idee personali può portare anche a prendere cantonate.
    ma, per quanto riguarda invictus, sarà il tempo a rispondere alla domanda se ho preso uno scivolone o meno. resto dell’idea che sia uno dei peggiori eastwood di sempre. e me ne dispiace, perchè è uno dei miei registi preferiti…per cui…

  5. bel film oggi lo sono andata a vedere con la scuola davvero emozionante anke per la trama e tt il resto

  6. per me è molto bello e mi tocca il cuore…non so cosa dire…poi nelson è una persona geniale..!

  7. forza zhuzhu pets!!!!!!!!!!!


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