Pubblicato da: nonhosonno | maggio 31, 2010

La nostra vitadi Daniele Luchetti

Claudio (Elio Germano) ha poco più di trent’anni, lavora ai piani bassi del settore edilizio, vive in un quartiere periferico di Roma, è sposato con Elena (Isabella Ragonese) con cui ha due figli e un terzo in arrivo. Si amano molto. Anche se i soldi non sono tanti la vita scorre (felice) e una vacanza in costa Smeralda è ancora un sogno realizzabile. Solo che Elena muore dando alla luce Vasco (così chiamato in onore del cantante preferito della coppia). E Claudio in un istante perde tutto. Rifiutandosi di elaborare emotivamente il lutto, la sua reazione si indirizza al “fare”. E il vedovo decide che, alla fine, c’è solo una cosa da fare: i soldi. Così si mette in testa di gestire un subappalto di quelli che ti permettono di fare la cresta sulle spese, evadere le tasse perché sfrutti gli stranieri senza permesso di soggiorno e te ne freghi pure se la palazzina fatta in poco tempo quasi quasi non sta in piedi. Benvenuti in Italia, dove si lavora in nero, si muore in nero (il rumeno seppellito nel cantiere), il fisco è un opinione, ma evviva Vasco Rossi e la famiglia sempre pronta a darti una mano quando sei nei casini.

La scelta di Daniele Luchetti è di raccontare, ne La nostra vita, la storia di un italiano medio senza giudicarlo. Una scelta interessante. Il protagonista nel film compie svariati reati, è una persona umile e la sua famiglia (il fratello è un poliziotto complessato, la sorella un’impiegata che parla per luoghi comuni) non è un’infilata di geni. Bene. Luchetti prova – giustamente – a mettere in scena una fetta di umanità sostanziosa senza fargli la morale. Il problema è che Claudio è un personaggio di cui non ci viene mostrata la profondità psichica. Che ha, che deve avere, che tutti hanno. Se Luchetti avesse inteso fare una commedia, la naturale propensione al reato e al menefreghismo di Claudio avrebbero creato uno di quei personaggi cialtroni e disonesti tipici del cinema italiano dei bei tempi. Ma il film è drammatico. E lo sceglie inequivocabilmente da subito. Se al protagonista muore l’amata compagna, c’è poco da fare: di ridere non se ne parla. Che succede, allora? Succede che in un film drammatico in cui non c’è una forte scelta stilistica di regia – in grado di raccontare lo psichismo del personaggio – serve un personaggio complesso. Non importa che il personaggio sia positivo. Prendiamo Jack La Motta in Toro scatenato: è un personaggio incapace di elaborare se stesso, è vittima dei propri impulsi. Eppure soffriamo con lui – che non va a finir bene, perché gli errori comunque si pagano – per tutto il film. Perché Scorsese ci mostra un essere umano articolato. E alla fine quasi ci fa pensare che noi siamo come lui, che nessuno riesce mai a uscire da se stesso, che una certa tragicità è dentro la vita stessa. Su tutt’altri fronti, prendiamo il sottoproletario per eccellenza: l’Accattone di Pasolini, anche lui un personaggio tragico. Incastrato nella contraddizione di una modernizzazione consumistica realizzata senza aver superato l’arcaismo culturale. Claudio è una risonanza del sistema socio-culturale in cui vive e la mancata elaborazione del lutto è schiacciata sull’esigenza di mostrare un’Italia protesa a fare denaro.

Per farla breve: la svolta fondamentale del film non possiede una motivazione stringente perché non parte da una pulsione profonda. Più che raccontare un personaggio, sembra che il regista e gli ottimi sceneggiatori Rulli e Petraglia siano interessati soprattutto a inviare il messaggio. Infatti il film non mette in scena un conflitto morale o emotivo. Ma una trama. Il legittimo obiettivo de La nostra vita (raccontare questa Italia e un suo normale esponente) diventa così il suo limite. Claudio non è un personaggio memorabile. Hanno fatto perciò bene, i giurati di Cannes, a premiare Elio Germano per l’interpretazione. Perché Germano è talmente bravo – ma talmente tanto – che potrebbe resuscitare i defunti. Germano è semplicemente un attore straordinario. Ma non basta a risolvere pienamente un film. In cui, volendo, fa anche arrabbiare un po’ che alla fine vada tutto liscio. Qualcosa, forse, Claudio doveva pagare. Non gli vorremmo mica bene, a questa “nostra vita”? Al “finché la barca va” di impronta familistica? Questo è il dubbio più atroce.

La nostra vita, di Daniele Luchetti, Italia/Francia, 2010, 95 minuti

Cast: Elio Germano, Raoul Bova, Isabella Ragonese, Luca Zingaretti, Stefania Montorsi, Giorgio Colangeli, Alina Madalina Berzunteanu, Marius Ignat, Awa Ly

Distribuzione: 01 Distribution

Uscita: Cannes 2010, 21 maggio 2010 (al cinema).

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Responses

  1. Complimenti. Bella la tua recensione. Ho visto il film ieri e mi è piaciuto molto. Concordo sulla bravura di Germano, ma non comprendo la tua riserva, come quella di altri critici, sulla regia e la sceneggiaura di Luchetti. Il tema del film non è dedicato all’evoluzione interiore del protagonista, ma credo voglia descrivere vissuti contemporanei inquietantemente rappresentativi; in questo senso mi sembra riuscitissimo. E forse è vero che traspare una certa “simpatia” verso questi nuovi “miserabili”, e allora? che male c’è. Se l’agire in contrasto con le leggi da parte dei personaggi non può essere giustificato, all’inadeguatezza nel gestire il disagio esistenziale, (sotteso in qualche modo anche alle pratiche illegali) non può essere loro attibuita una responsabilità, piuttosto ne sono (siamo) vittime; quindi naturalmente scatta l’empatia ed un senso di umana compassione e stigmatizzare non è più così immediato. nessun dubbio quindi a Claudio e la sua barca non possiamo che voler bene… perchè ne facciamo parte.

  2. Ho visto il film a Cannes durante il festivale. Sono abastanza d’accordo con Anna sulle intenzione del regista. Claudio e complesso. Vuole essere un “figlio di…” ma non si riesche, perche e molto umano in fondo e dunque nasce l’empatia. Anche il fatto che la storia finisce bene mi e sembrato originale in questo tipo di storie.
    Ma credo che la regia di Luchetti, forse adatata, non e molto originale, con la macchina da presa alle spalle. A mio parere manca d’invenzione, di cinema.

    E io manco un po’ d’italiano. 🙂


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