Pubblicato da: nonhosonno | febbraio 22, 2010

La bocca del lupodi Pietro Marcello

La bocca del lupo si è aggiudicato due premi anche a Berlino. Dopo aver vinto il Torino Film Festival, la seconda opera di Pietro Marcello, regista napoletano classe 1976, è risultato vincitore nella sezione Forum della 60° Berlinale e di un altro riconoscimento collaterale. Un bel segno. Così, prima di parlare del film, vale la pena segnalare due cose. La bocca del lupo è stato realizzato da una peculiare “cordata” di produttori che comprende l’ottima Indigo Film (Il divo), L’Avventurosa di Dario Zonta e, soprattutto, i gesuiti della Fondazione San Marcellino di Genova, una onlus che da molti anni opera con i senza fissa dimora de capoluogo ligure. È la Fondazione ad aver voluto il filme. Frutto, quindi, di una messa in rete (una delle mani “tessitrici” è lo scrittore e critico Goffredo Fofi) tra artisti, operatori sociali, produttori e critici, finalizzata a raccontare il mondo degli emarginati. L’altra annotazione riguarda il Torino Film Festival. Che nel 2008 (ultima edizione diretta da Moretti) incoronò Tony Manero del cileno Pablo Larraìn. Un grandissimo film. E nel 2009 (prima edizione firmata Gianni Amelio) premia questo bel documentario. Un festival, insomma, che sta facendo quel che una kermesse dovrebbe fare: premiare opere dotate di una precisa visione estetica, indicare possibilità differenti per il cinema. Anche questi sono bei segnali.

Terminate le premesse, veniamo al film, i cui protagonisti sono Enzo e Mary. Un galeotto che si è fatto più di vent’anni di carcere e una trans ex tossica. Il loro amore è nato in prigione, dove – dice Mary – hanno passato alcuni tra i mesi più belli della loro vita. Mary è uscita prima di lui dalla galera. E ha atteso Enzo per dieci anni, in un atto di fede tenace. Per la prima volta, infatti, entrambi hanno uno scopo nella vita: il loro amore. Assieme a loro, protagonisti de La bocca del lupo sono la Genova più nascosta e gli outsider che la popolano. Il mondo che il regista racconta senza alcun sentimentalismo è un paesaggio umano e sociale interdetto dalle immagini correnti. Un mondo che, pare, debba restare al di fuori dal discorso pubblico e dall’immaginario comune. Perché ritrarre coloro che non si integrano è scandaloso e pericoloso. Rivela quanto sia precaria la nostra certezza nel vedere e quanto sia costruita l’immagine “media” su cui, invece, misuriamo spesso le nostre identità. Le persone e i paesaggi che attraversano La bocca del lupo sono tridimensionali, concreti, dotati di una fisicità palpabile. Talvolta si ha l’impressione di sentirne gli odori. Tutto il contrario dell’anoressica cosmesi della televisione e, purtroppo, anche di molto cinema. Pietro Marcello racconta questo universo nascosto, poi, con un linguaggio davvero personale, che sta tra il documentario e la fiction. E con un fil m che è dotato di un ritmo perfetto. La perfezione ritmica del film è percepibile nell’unica scena in cui vediamo Enzo e Mary insieme. La scena arriva oltre la metà della pellicola. Prima, come in una fuga barocca, abbiamo conosciuto le loro voci separate. Di lei abbiamo udito le parole fuori campo. Di lui – un uomo dalla faccia incredibile, che sembra uscito fuori da un film di Fernando Di Leo – abbiamo visto anche il peregrinare spesso surreale (la scena del bar è bellissima). L’attesa per il loro “incontro” sullo schermo è dunque molto forte. Per questo, in un film in cui centrale è l’uso del montaggio, in questo lungo e splendido colloquio la macchina da presa resta pressoché immobile. Il regista realizza un momento di distensione e di quiete che, quindi, amplifica le emozioni che i protagonisti raccontano e trasmettono. Stesso talento, Pietro Marcello lo rivela nel raccontare una Genova, che ricorda Napoli, attraverso tanto materiale d’archivio e alcune bellissime immagini. Come il grandissimo gancio iperrealista che, sbadatamente, solleva macigni nel porto all’inizio del film, o la demolizione di alcune case e strutture industriali. Sono tratti di un paesaggio post-umano. Come post-umane sembrano le vite e l’amore di Enzo e Mary. Ma questo film che narra l’archeologia della memoria di una città e la gente che attraversa “luoghi scomparsi, dove riposa il buio” è intriso di pietas e dolcezza. Ottenute magistralmente, perché Marcello non aderisce mai ai personaggi. Li guarda vivere con rispetto e meraviglia. Un aspetto, questo, che non può che ricordare Pasolini (e un’evocazione pasoliniana c’è anche nell’uso estatico delle musiche, specialmente quelle di Buxtehude).

La vicenda di Enzo e Mary è il primo piano di un’immagine profonda e ampia. In cui sono compresi i paesaggi, correlativo oggettivo dei personaggi, e le tante vite che incrociamo. La bocca del lupo ci ricorda che le possibilità espressive del cinema sono tante. Come plurali sono le forme dell’esistenza umana. Esattamente l’opposto di quello che la dittatura del senso comune vorrebbe farci pensare. Il titolo è tratto dall’omonimo romanzo di Remigio Zena (1892), storia di viti e reietti, ispirato al naturalismo francese.

La bocca del lupo, di Pietro Marcello, Italia, 2009, 76 minuti.

Cast: Vincenzo Motta, Mary Monaco.

Distribuzione: Bim

Uscita: Torino Film Festival 2009, venerdì 19 febbraio 2010 (al cinema)


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Responses

  1. mi piacerebe vedere quest film a presto e super

  2. I registi Pietro Marcello e Gianni Di Gregorio saranno i protagonisti della seconda edizione del workshop spaziocinema 2010 / lo specchio di claude.
    Iscrizioni aperte fino a Giovedì 2 dicembre 2010.


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