Pubblicato da: nonhosonno | ottobre 17, 2008

The Hurt Lockerdi Kathryn Bigelow

Dura la vita da artificieri in Iraq. Un lavoraccio in cui il tasso di mortalità è proprio elevato. Ma William James è uno a cui piace l’adrenalina e nella sua vita ha quasi rischiato di morire ottocento volte. Una per ogni bomba disinnescata. Così, quando si unisce all’unità speciale Bravo Company di stanza a Baghdad, il soldato James non ha paura. Anche se del suo predecessore all’unità speciale è rimasta solo la valigetta di effetti personali. A Kathryn Bigelow (Point Break, Strange Days) non sono mai piaciute le storie senza nerbo. Le piace invece interrogarsi sul perché le persone facciano cose strane, cose da pazzi. Tipo non riuscire più a vivere a casa propria perché non si può star lontani dalla guerra. O perché ci siano esperienze, per esempio rischiare la vita (o continuare a giocare a poker fino a restare in mutande, o giocare con i propri sentimenti finché non si è perso il controllo di sé), che assomigliano pericolosamente alle droghe. Danno dipendenza e fanno perdere la ragione. E questo piace agli uomini come William James. E questo interessa raccontare alla Bigelow, la regista più “tosta” in circolazione, che ha realizzato un film di guerra ambientato in Iraq, The Hurt Locker, basato sui reportage del giornalista Mark Boal. Un reporter “embedded”, che ha seguito alcune squadre di artificieri raccontandone la vita e il lavoro.

Passato in concorso all’ultimo Festival di Venezia, The Hurt Locker si fa apprezzare per la solidità della struttura, e la capacità con cui la regista costruisce l’approfondimento interiore dei personaggi. I tre protagonisti compongono un mosaico di elementi complementari. C’è il temerario James, che non si “eccita” più davanti a nulla, se non sfidando continuamente la propria capacità di sopravvivenza, giocando con il caso con presunzione e spavalderia, che ha fatto un figlio senza pensarci con una donna piuttosto che un’altra. Più “posato”, strutturato, conscio dei propri limiti è invece il sergente Sanborn, che non vede l’ora di tornare a casa, che a differenza di James non vuole figli perché pensa troppo al futuro, che esegue le operazioni di disinnesco con disciplina, controllo, e non sfidando mai la sorte. Infine c’è lo spaventato Owen, il più giovane dei tre, a turno testimone della lotta tra i due e spazio di conquista delle opposte visioni del pericolo. Affascinato da James, alla fine lo manderà però a quel paese, capendo che l’uomo ha qualche rotella fuori posto, e rischia non solo di far male a se stesso, ma anche agli altri.

Interessata agli aspetti psicologici, ma anche alle differenti strategie di “adattamento” degli uomini all’ambiente che li circonda, la Bigelow dimentica però, e totalmente, la vicenda politica e sociale in cui ha scelto di ambientare il suo film. Interessata al modo in cui gli uomini reagiscono alla paura della morte, la regista affronta l’Iraq come sfondo, come quinta di scena. Il che, probabilmente, è il limite più forte del suo lavoro. Molto lungo (131 minuti), il film è costruito con sequenze di notevole durata, e si snoda con ritmo non scontato. Regia frenetica, televisiva all’inizio, in cui vengono raccontate dilatate scene di missioni militari, il lavoro diventa più lento, classico, verso la fine, quando l’azione passa in secondo piano e le fisionomie del personaggi si rivelano elemento portante del film. Girato in Giordania, The Hurt Locker è un onesto lavoro, di fattura classica, di sapiente regia. Non aspettatevi in alcun modo però, un film sull’Iraq o una critica alla guerra. Quanto piuttosto una riflessione sull’insana follia degli uomini, quando scelgono una vita “dopata” anziché la via della saggezza.

The Hurt Locker, di Kathryn Bigelow, USA, 2008, 131 minuti

Cast: Jeremy Renner, Anthony Mackie, Guy Pearce, Ralph Fiennes, Brian Geraghty, David Morse, Christian Camargo, Evangeline Lilly.

Distribuzione: Videa – CDE

Uscita: Venezia 2008, 10 ottobre 2008 (cinema)

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