Pubblicato da: nonhosonno | ottobre 25, 2007

La giusta distanzadi Carlo Mazzacurati

Dopo aver visto La giusta distanza di Carlo Mazzacurati bisogna rifarsi la bocca. Io sono dovuta andare a comprare due film di Scorsese in dvd: solo dopo aver sentito Gimme Shelter dei Rolling Stones a sottofondo della lezione di vita di Jack Nicholson all’inizio di The Departed ho iniziato a sentirmi meglio. Un film magnifico. La stessa cosa non si può certo dire de La giusta distanza. Che aggiunge un nuovo capitolo alla saga del cinema debole frutto di un pensiero debole fatto in un paese debole sostenuto con la connivenza di media deboli che creano un dibattito debole. Difficile capire da dove iniziare a massacrare il film – bisognerebbe chiamare Leather Face di Non aprite quella porta – se dai personaggi, dall’ambientazione, dalla storia, dalla “soglia” stilistica mancata, da quella scena della vecchia maestra pazza sul traghetto (il momento della “metafa” avrebbe detto Lorenzo-Guzzanti ad Avanzi), una scena che urla vendetta.

Il film è “telefonato” in tutto e per tutto, a partire dall’incipit: in un paesino immaginario della pianura padana arriva un giorno una nuova maestrina. Una gran figa socievole e di sinistra, che l’anno dopo partirà per un progetto di cooperazione internazionale (prima stretta nello stomaco, inequivocabile: la cooperazione internazionale, no!). Poiché non succede mai niente nella valle, l’arrivo della figa turba un po’ tutti, specie gli uomini. Passerà circa un’ora prima che accada qualcosa (si tromba). E passa addirittura un’ora e mezza prima che il film diventi un giallo (si tromba e poi si muore). Il regista decide che lui, che è un Autore, della regola dell’evento dinamico se ne frega. E poiché è un Autore, decide che il suo non è un giallo (film di genere, non sia mai!) ma uno spaccato della provincia italiana. Eppure se c’è un morto, un investigatore, una soluzione… allora è un giallo. Ma il giallo non può iniziare a fine film! Il fatto è che, essendo un “film d’autore”, per un’ora e venti il regista presenta l’ambiente e i personaggi. Ma se non ti chiami Antonioni, forse fai fiasco.

Il problema è infatti che personaggi e ambienti li abbiamo già visti decine e decine di volte, in decine e decine di film. C’è l’arricchito volgare sposato con la rumena, il minorato mentale che va in giro in Ape, il giovane talento della carta stampata che alla fine fuggirà dalla provincia (felliniano, né?), gli immigrati buoni, quello col parrucchino vestito come Raul Casadei che fa i tarocchi in Tv. Mentre come comparse abbiamo anche le prostitute nigeriane alla pompa di benzina, le telefoniste dell’144, il marocchino che fa la piadina romagnola, la trentenne che fa un master di enogastronomia. Ci siamo capiti. Perché l’Italia è un po’ così. Un grande luogo comune. C’è sempre la nebbia lungo le strade di campagna, ci sono le feste con la musica orrenda, c’è un disc jockey grasso di provincia, la gente che balla l’ultima hit della radio. Se l’Italia è brutta, esteticamente ed eticamente, dobbiamo rappresentarla così com’è? Ammesso e non concesso che il profondo del nord-est rurale sia ancora così, come lo dipingeva Pupi Avati trent’anni fa, almeno giochiamo d’immaginazione, lavoriamo di testa, non rimettiamo in scena la realtà. Non si ricorda, Mazzacurati, che quando la maestra spiegava Verga diceva anche che il verismo era un raffinato artificio? Fellini pensava per maschere, Risi ha dipinto Mostri grotteschi, De Sica sceglieva gli ultimi fra gli ultimi, raccontava tradegie “minime” e ti faceva piangere. Non c’è bisogno di invocare gli stranieri (Kim Ki-Duk, i Cohen, Scorsese, fate voi): guardiamo a quel che facevamo in Italia. C’era chi sceglieva storie esemplari, chi il grottesco, chi lavorava per sottrazione, chi trasfigurava, chi pensava “metafisico”. Mazzacurati ha detto che La giusta distanza parla del male che è vicino a noi. Lo possono dire anche Polanski per L’inquilino del terzo piano o David Lynch per Velluto blu. Il tema è vecchio come il mondo. Infatti il tema del film non conta così tanto: quello che conta è il film.

La giusta distanza, di Carlo Mazzacurati, Italia, 2007, 106 minuti

Cast: Giovanni Capovilla, Ahmed Hafiene, Valentina Lodovini, Giuseppe Battiston, Roberto Abbiati, Natalino Balasso, Stefano Scandaletti, Mirko Artuso, Fabrizio Bentivoglio, Marina Rocco, Ivano Marescotti.

Distribuzione: 01 Distribution

Uscita: Festival di Roma 2007, 20 ottobre 2007 (cinema)

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Responses

  1. Ho avuto modo di conoscere Carlo Mazzacurati.
    Mi invitò a casa sua e mi addormentai sulla sua poltrona mentre preparava una tisana. Ci mise un’ora a preparare una cazzo di tisana.
    Ho avuto modo di vedere “La giusta distanza”. Mi sono addormentano sulla poltrona del cinema. Ci ha messo un’ora a preparare una cazzo di scopata, e quasi 2 ore per svegliare il mio vicino (che ha sbadigliato chiedendo: “Scusa ma chi è morto?”).
    Uno spaccato della provincia italiana? Uno spaccato di maroni ecco cosa ho visto. Poi il nulla, c’era la nebbia.


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