Pubblicato da: nonhosonno | novembre 17, 2005

Ogni cosa è illuminatadi Liev Schreiber

«L’anello non è qui per voi. Voi siete qui per l’anello». In questa battuta sta buona parte del senso dell’ottimo esordio alla regia dell’attore Liev Schreiber (protagonista di The Manchurian Candidate, Hello Denise, Scream e molti altri film), Ogni cosa è illuminata, presentato all’ultimo Festival di Venezia nella sezione “Orizzonti”. Cosa significa la frase? Innanzitutto ogni cosa è illuminata dalla luce del passato, secondo quanto dice il romanzo di Jonathan Sefran Foer da cui è tratto il film. Questo è il presupposto indispensabile per capire che tutto ciò che ci circonda è intriso di tempo e vissuto – individuale e collettivo – e per questo è un indizio dotato di significato, un vettore che dona sincronicità mettendo in relazione le persone e le loro esistenze. Poi, per capire il senso della frase, bisogna sapere che il film racconta di un giovane ebreo americano (alquanto bizzarro e ottimamente interpretato dall’ex hobbit Elijah Wood) che decide di scoprire cosa lega suo nonno (morto) alla città (misteriosa) di Trachinbroad, in Ucraina. Per farlo chiede aiuto a due strani personaggi di Odessa, un giovane e suo nonno – sedicenti specializzati in “viaggi nella memoria” di ricchi ebrei alla ricerca delle loro radici – che porteranno l’americano in giro per una terra folle e vitale (nella prima parte del film uno strisciante deja vu di puro stile Kusturica costituisce la scelta stilistica più ovvia dell’opera).

Questi tre personaggi, assieme, compiono una “rigida ricerca” sulle tracce di un passato sommerso, dimenticato e tristemente legato alla violenza nazista. Ma il tempo è l’intensità che conserva tutto ciò che è trascorso, e Trachinbroad una città fantasma di cui è custodita ogni traccia, come l’anello di matrimonio tra il nonno russo-americano del protagonista e la bella Augustine. L’anello non attendeva di essere scoperto dai visitatori. La sua realtà sarebbe perdurata, pura e inattaccabile, per tutta l’eternità, e la testimonianza che esso rappresenta non sarebbe stata messa in discussione dall’assenza di un testimone. La purezza della memoria è quella di esistere punto e basta, come l’insetto conservato nell’ambra. Quindi l’anello (e qualsiasi altro oggetto portatore del senso cristallizzato del tempo) non è a disposizione di qualcuno, e non è il tempo ad essere a disposizione degli uomini. Sono gli uomini ad essere per (a causa) il tempo: secondo il metafisico film di Schreiber, gli uomini esistono e hanno un valore a causa della memoria, ma ancor di più gli uomini esistono per guardare le cose, vivono solo se invasi dalla luce delle cose. Perché è l’esistenza dell’anello a cambiare le identità dei personaggi o a far emergere le loro vere identità, non viceversa. Ogni cosa è illuminata semina quindi le tracce di un percorso intellettuale profondo; ed è un bel lavoro, narrativamente pulito, ottimamente diretto, capace di far scivolare lo spettatore da un tono divertito e scanzonato (la prima parte) ad uno toccante, intenso e malinconico (la seconda).

Ogni cosa è illuminata, di Liev Schreiber, USA, 2005, 106 min.

Casr: Elijah Wood, Boris Leskin, Eugene Hutz, Laryssa Lauret.

Uscita: 11 novembre 2005

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