Se siete ancora esseri umani, dopo un’ora e un quarto assieme ai mutanti di Videocracy vi assaliranno nausea e sconforto. Erik Gandini vorrebbe raccontare come, partendo da un’emittente televisiva privata che spara spogliarelli a mezzanotte, un manipolo di visionari dell’orrore capitanati dall’imprenditore Silvio Berlusconi sia riuscito a educare una nazione di intruppati, il cui il massimo sogno è andare in televisione. L’obiettivo non è raggiunto ma il regista circoscrive bene il campo narrativo concentrandosi su quattro protagonisti: la grande mente alias Silvio Berlusconi, la lunga mano organizzativa alias Lele Mora, il riciclatore di immondizia alias Fabrizio Corona e la materia prima su cui esercitare il potere videocratico. Ed è questo l’affare più interessante: la materia prima. La bruta carne da macello in Videocracy è Riccardo. Operaio di 26 anni che vive con la mamma in una modesta villetta del profondo nord. Riccardo sulle mensole della cameretta ha un elefantino di peluche azzurro e un pupazzo di Paperino, ma nella vita ha un sogno: essere famoso. E per essere famoso devi lavorare sodo. Per essere famoso devi costruirti un’immagine. Riccardo vuole diventare un ibrido tra Jean Claude Van Damme e Ricky Martin. Si allena tutti i giorni e non ha la fidanzata. Vive per la sua ossessione. E mentre macina provini, il povero operaio fa il pubblico nelle trasmissioni televisive a un passo dai suoi idoli. Un passo che è un abisso. Non è sul palco. È un semplice spettatore. Frustrato e in attesa della grande occasione, Riccardo è la leva per aprire il vaso di Pandora.
Forse sarebbe bastato raccontare lui per raccontare indirettamente tutto il resto. L’operaio Riccardo è l’innocente paradosso da cui analizzare l’Italia videocratica. Un potere primitivo che ricorda più l’alba della civiltà, in cui gli ominidi si
prendono a clavate, che le teorie sul contratto sociale. La videocrazia disintegra il patto e rinvigorisce l’istinto primordiale di sovrastare gli altri. Il terreno di gioco è l’immagine. Il sogno impossibile è realizzare di sè un simulacro perfettamente controllato. Che è poi l’ossessione del Capo Silvio, ma estesa a milioni di persone. E se questa ossessione, in misura differente, innerva l’intero sistema occidentale, solo in Italia la videocrazia è un potere quasi assoluto. Il fautore dell’incubo narcisista è infatti Presidente del Consiglio e lo è diventato solleticando gli istinti primari. Lo faceva già notare Nanni Moretti ne Il Caimano: per affermarsi, la videocrazia fa leva su pulsioni dirette e animalesche. Tette, culi, corpi. Ciò che consegniamo sull’altare del potere è la nostra umanità. E i corpi che ci vengono restituiti sono artificiali. Come quell’involucro fisico che è Fabrizio Corona. Che Gandini, giustamente, inquadra nudo mentre si ammorba con litri di profumo. Poco importa se lo sguardo di Corona poi trasudi noia e disprezzo per i propri simili. Anzi, forse importa: l’obiettivo è raggiunto. Corona è diventato un marchio e non si deve più occupare di sé. La morte non è più un suo problema, quindi neppure la vita.
Così torna utile incrociare le immagini di Videocracy con quelle dell’intervista a Noemi Letizia, un cyborg di 18 anni che dice che la paura non fa parte del suo vocabolario. Che è come dire che l’umanità non fa parte della sua esistenza. Il punto forte del film di
Gandini è infatti la fenomenologia dell’aspirante Noemi, ovvero Riccardo. Che però è un ragazzo ancora troppo genuino per entrare nel regno dei morti – Riccardo, perchè lo fai? -verrebbe voglia di chiedergli scuotendogli le spalle. Riccardo non lo sa ma è lui la nota stonata, quella che potrebbe ribellarsi. Se Silvio, Lele e Fabrizio sono degni della famiglia di Non aprite quella porta, Riccardo è la vittima del massacro. Quella che, se sopravvive, può andare alla polizia. Gandini non riesce a fare una storia della videocrazia. Ma ci mostra un abbruttimento umano di dimensioni catastrofiche. È da questo abbruttimento che Riccardo dovrebbe essere salvato. L’operaio Riccardo deve essere salvato. Il problema è: da chi?
Videocracy – Basta apparire, di Erik Gandini, Svezia, 2009, 85 minuti
Distribuzione: Fandango
Uscita: 4 settembre 2009
Che bello Elisa, scoprire di non essere l’unica a pensarlo più vittima che cretino. Stasera Riccardo era ad AnnoZero da Santoro. Giulia Innocenzi, ex leader del movimento studentesco radicale Luca Coscioni e candidata di recente alla guida dei giovani del Partito Democratico l’ha presentato come giovane operaio, sbattendogli in faccia la realtà. Imparerà, Riccardo. Imparerà. Io credo in lui. Cambiando lui si cambia il paese, Riccardo per Riccardo.
Da: signorina x su Settembre 25, 2009
alle 12:15 am