Diviso in quattro parti – dolore, pena, disperazione, i tre mendicanti – più un prologo e un epilogo, Antichrist è un film con molte ambizioni. Lars von Trier cerca di esprimere il terrore assoluto di fronte al nulla, e sentimenti difficili da raccontare come quelli appena citati. Lascia ch’io pianga – l’aria di Handel con cui si apre e chiude il film – sembrerebbe una dichiarazione d’intenti o una richiesta e se così fosse le cose andrebbero meglio. Antichrist potrebbe essere un film intimo e in un certo senso lo è. Eppure al regista non basta realizzare un lavoro dolente e magari minimale. Qui sta il suo limite. La vicenda di una coppia che perde il figlio piccolo – che si getta dalla finestra mentre i due fanno l’amore – e sprofonda nel buio, nel caos, nel conflitto e nella rinascita, è di per
sé interessante, specie se il “taglio” narrativo è, come nella prima parte, fortemente psicanalitico. Il regista danese tutto testa e niente cuore potrebbe mettere in scena una sofferenza reale con un percorso narrativo anche simbolico, anche orrorifico ma sobrio. Avrebbe prevalso il cuore. Ma l’estremo razionalismo – nel senso in cui si potrebbe dire che De Sade era il re dei razionalisti – di von Trier non pare consentirgli un racconto che non arrivi alle estreme conseguenze.
Il ragionamento ha le sue regole, l’espressione artistica ne ha altre. Il film forza le regole del gioco impostato con lo spettatore e il patto si incrina. Per questo, qualcuno a Cannes ha riso. Saltando sopra la psicanalisi, il regista approda infatti a una riflessione sulla natura maligna che sfigura la chiarezza espressiva, anziché confortarla in senso metafisico. Le idee sono chiare, ma i ritmi non sono adeguati: questione di musicalità cinematografica. Von Trier ha tentato di andare oltre, di sprofondare in un orrore panteistico in tutta la sua abiezione. Ha voluto strafare. Non gli è andata bene… difficile però liquidare un film del genere dicendo, semplicemente, che è brutto. Difficile perché meglio Antichrist di von Trier di tanto mainstream narrativo che non chiede nulla alla nostra percezione delle cose. Indubbio anche che il film non sia riuscito, che le intenzioni siano molto presuntuose e reclamino il conto alla fine, di fronte a un risultato modesto.
Il film più prossimo a questa opera post-depressiva – a quanto pare – di un regista che è rimasto per mesi chiuso in casa senza alzarsi dal letto a guardare il muro, è l’incubo di Asia Argento Ingannevole è il cuore più di ogni cosa. Brutalità pura, che al cinema non è facile mettere
in scena né sostenere per chi guarda, ma che la Argento sceglie in maniera inequivocabile come soglia stilistica fin dalla prima scena. Non così il danese, che mescola con un eclettismo poco convincente variegate scelte visive, disorientando e non convincendo. La nostra psiche è una lotta perenne tra una parte che tenta di elaborare l’insensatezza del vivere e una parte che ce l’ha ben presente, questa insensatezza. Il regista riesce a dire questa cosa con efficacia nella prima parte, prima che Dafoe e Gainsbourg (premiata come migliore attrice a Cannes) vadano nella foresta ed esploda palesemente il conflitto tra i due. Che sono uno l’ombra dell’altra più che due caratteri distinti. La prima parte, più semplice e sobria, non è un capolavoro, ma “arriva”. Gli stati di apatia, ansia, terrore della protagonista sono fotografati senza sotterfugi e con dolore. Il secondo tempo zoppica. E non tanto per gli animali del bosco che parlano o per la scena – bruttissima – del taglio del clitoride. Quanto per la volontà di von Trier di dover sempre trovare un trucchetto espressivo, anziché lasciare l’orrore tra le righe. Esplicitarlo con motivi tipici del genere non rende più forte e deciso il sentimento di fondo. La testa, insomma, ha prevalso ancora una volta sul cuore.
Antichrist, di Lars von Trier, Danimarca / Germania / Francia / Italia / Svezia / Polonia, 2009, 100 minuti.
Cast: Willem Dafoe, Charlotte Gainsbourg.
Distribuzione: Lucky Red
Uscita: Cannes 2009, venerdì 22 maggio 2009 (cinema)