Alla fine del primo tempo non si può giudicare un film. E il fluviale Che di Steven Soderbergh è un unico importante film spezzato a metà per eccessiva durata (4 ore e mezza). E come talvolta accade che un film “recuperi” nel secondo tempo – o solo alla fine si capiscano appieno le scelte fatte all’inizio – così Guerriglia obbliga a ripensare retrospettivamente L’argentino. Guerriglia è un film magnifico. Stilisticamente, tematicamente, emotivamente differente dalla prima parte. Eppure il lavoro è totalmente omogeneo nelle scelte di fondo, nel rigore e nell’antispettacolarità, che le due parti sono imprescindibili l’una dall’altra. Che si rivela un lavoro di grande valore. Il regista ha scelto di dipingere il trionfo nel primo “film” e la caduta nel secondo. Il trionfo è più freddo dell’agonia, che è straziante. Guerriglia è un estenuante funerale, una cronaca di morte annunciata, una disillusione che non lascia scampo.
Il film si concentra sulla fallita rivoluzione in Bolivia, paese in cui Ernesto Guevara viene ucciso il 9 ottobre 1967. Cuba, pronta alla rivoluzione, è verde, avvolgente, selvaggia. La Bolivia viene
fotografata con toni freddi, glaciali. Il film è un virare continuo verso il grigio, che culmina nella scena in cui Che, stremato, cade dal cavallo (bianco) e attorno a lui la vegetazione, gli alberi, tutto quanto è del colore del ghiaccio. Una foresta di cristallo che prelude la morte del grande eroe. Toni d’azzuro, blu, grigio, invadono le foglie e la natura. Distante, indifferente. Esattamente come i contadini boliviani, più simili a quella natura infelice e tetra che non all’uomo che crede nell’uomo. Verso la fine del film, quando la disfatta è prossima, i colori che ritraggono i popolani tornano invece improvvisamente accesi. Vivissimi. Tornano reali. Un cambio di toni e un ribaltamento di prospettiva incredibili. Perché abbandonati a loro stessi, nell’ignoranza e nell’inganno del potere, quei contadini sono veri, mentre la grande illusione dei guerriglieri è irreale.
La regia di Soderbergh è impressionante. Tutto si gioca su pochi, precisi, meditati particolari. Se si esclude l’unico momento famigliare del Che in quattro ore e mezza di film, di Cuba Guerriglia ci mostra due cose: la prima immagine del film, ovvero Fidel Castro in televisione, già distante e filtrato dai media. Poi un gala nel palazzo del Governo all’Habana, in cui Fidel spiega ai suoi invitati come fare il mojito. Il messaggio non può essere più chiaro di così. Non c’è altro da aggiungere. Che classe, che sintesi. Guerriglia rispetto a L’argentino presenta inoltre un plot molto più classico. C’è l’inizio di un’azione – la tentata rivoluzione – raccontata sempre diacronicamente, che
suscita via via reazioni – il governo prepara il contrattacco – fino ad arrivare allo scontro tra le parti e al tragico finale. Sarebbe ingiusto dire come Soderbergh sceglie di farci vivere gli ultimi istanti del Che, ma la scelta è forte e commovente. Se per tante ore il distacco aveva preso il sopravvento, alla fine risulta evidente quanto questo fosse funzionale a dare il colpo di grazia alla nostra emotività. La scena nella capanna, con il Che prigioniero e il ragazzo – che sarà poi l’esecutore – affascinato suo malgrado, è tremenda. Assolutamente evangelico, cristologico, è il momento del trionfo dell’idea sulla morte. Alla fine l’ammirazione del regista (e del suo interprete), il rispetto per quella vicenda umana e storica emergono con forza. E non potevano risultare così intensi senza la giusta distanza e la grande lucidità che il film si prende. Un film difficile. Un lavoro memorabile.
Che – Guerriglia, di Steven Soderbergh, Spagna/Francia/USA, 2008, 131 minuti.
Cast: Demiàn Bichir, Rodrigo Santoro, Benicio Del Toro, Catalina Sandino Moreno, María D. Sosa, Franka Potente, Joaquim de Almeida, Norman Santiago, Paty M. Bellott, Othello Rensoli, Pablo Durán, Ezequiel Diaz, Raúl ‘Pitín’ Gómez, Jorge Perugorría
Distribuzione: Bim
Uscita: Cannes 2008, 30 aprile 2009 (cinema)
Dopo aver visto Che – l’argentino (più documentario che film, a mio avviso) ero indeciso se vederne il seguito, l’ho fatto dopo aver letto la tua recensione su Ravenna&dintorni e ne sono stato felice: un bel lavoro, veramente inutile vederne solo un primo tempo…
Però (anche se questa non è certo la sede) resta ciò che mi distanzierà sempre dal Che: il pensiero che la lotta debba essere armata per essere efficace… e questo chi (come me) crede nella non-violenza non può certo accettarlo…
Da: Fabio su Maggio 20, 2009
alle 3:23 pm