Sarà perché il nostro cinema è stato il più grande, sarà perché da tanto, tantissimo tempo, non ne eravamo (siamo) più all’altezza, sarà perché ogni tanto c’è bisogno di speranza. Sarà per tutti questi motivi, ma la Palma d’oro 2008 a La classe del francese Laurent Cantet (Risorse umane, A tempo pieno) fa un po’ male. Intanto, manca il risarcimento morale perché non c’è alcuna ingiustizia nella Palma “strappata” ai due italiani, Garrone e Sorrentino. Non è stata una svista. Semplicemente, il film di Cantet è bellissimo. Un lavoro che resta dentro, toccante e profondo. Poi, a Cannes, è successa anche un’altra cosa, piuttosto rara e bella. La giuria capitanata da Sean Penn ha proposto un’idea di cinema. I giurati hanno lavorato per sottrazione privilegiando un cinema politico e realista, ma soprattutto la sobrietà e la semplicità stilistica. Come se avessero avuto in mente il rasoio di Ockham (la spiegazione migliore di un fenomeno è quella più semplice possibile), la giuria ha premiato un film che pare in presa diretta con la realtà. La classe è invece pura fiction, interpretata da insegnanti e allievi. L’assunto magico è che tutti sono grandi attori. Che in ogni adolescente c’è un attore straordinario. Perché nella vita c’è già il cinema. Una classe è già una scena.
L’idea di cinema forte, autentica, per certi aspetti spiazzante de La classe riflette su ciò che pensiamo debba essere il cinema. Dicendoci che non è la visione ad essere organizzata dall’occhio, ma semmai è l’occhio che ha costruito la propria funzione a
partire dal visibile. Che il visibile, il reale, viene prima. E se ce ne dimentichiamo, l’occhio diventa cieco, riproduce alla lunga solo se stesso e i propri presupposti. In questo senso, Gomorra è già cinema classico, già nell’enciclopedia, nella biblioteca infinita della storia. E in ogni caso, la verità – se pensiamo anche ai Dardenne e all’Eastwood che dovrà arrivare – è che quello 2008 è stato un festival di Cannes stratosferico in cui la giuria non si è limitata a dare i premi ma è riuscita a proporre un’idea. In questa idea, La classe è un lavoro sorprendente. Oltre a essere un film che tutti dovrebbero vedere, in particolare i promotori del sottosviluppo scolastico, i fan dell’apartheid e dei maestri unici. O forse, più che i promotori, dovrebbero vederlo tutti quelli che sono tentati ad apprezzare certe idee semplificate, banali, sceme. La classe parla di politica, anzi della prima politica della storia, anzi del primo respiro di politica nella vita. Quella che si fa tra maestro e allievo. Quella politica che si fa tutti i giorni in tutte le scuole del mondo. La classe parla della creazione delle regole e della loro applicazione. E mette di fronte allo spettatore le difficoltà e gli errori dell’essere insegnante. Il protagonista, Francois, non è perfetto e vedendolo lavorare con i suoi alunni di terza media, nella sua classe multietnica, non siamo sempre d’accordo con lui. Anche lui, l’insegnante, non ha la verità in tasca. Anche lui, negoziando le regole con i suoi alunni, impara la propria misura, conosce se stesso. Anche lui mente, sbaglia e impara.
La classe è un grande film sul senso della democrazia e sulle sue fondamenta. Uno dei film più dannatamente intelligenti, sottili, raffinati, su un tema enorme. Una commovente “trascrizione” di Platone, della dialettica platonica, della paideia antica, della maieutica socratica. La periferia di Parigi è l’Accademia di Atene, è la polis.
Scena chiave, la riunione degli insegnanti. Battuta chiave, uno dice: “ma se si fa così, allora è il regno dell’arbitrio”. E Francois: “No, è che esiste la legge, ma poi c’è lo spirito della legge”. La vita della classe è la scelta tra la legge, il suo spirito, la giusta applicazione della regola e la sua flessibilità. Non è facile, i rischi ci sono, si compiono errori, si cambia strada repentinamente arrivati al punto di rottura. Come quando un bravo insegnante, a un certo punto, mette nel sacco il suo allievo più difficile (Souleyman) dopo averne tirato fuori potenzialità nascoste. A un certo punto l’insegnante applica la regola alla lettera, dopo averla sospesa per dare una chance. Il risultato è rovinoso. Perché è difficile capire la legge e distinguere lo spirito della legge. Arte raffinata del discriminare, arte della differenza che permea la dialettica. Platone al cinema. E lo rivela apertamente il regista, alla fine del film, quando l’indisciplinata Esmeralda dice di aver letto, per caso, La Repubblica. E di cosa parla, La Repubblica? Parla di persone che si interrogano sulle cose. Sulla religione, sull’amore, su loro stessi. Persone che parlano, si interrogano, fanno politica. Che è esattamente quello di cui parla questo magnifico film. L’opposto di chi dice: “noi siamo la maggioranza e ora facciamo le leggi che vogliamo”.
La classe (Entre les murs), di Laurent Cantet, Francia, 2008
Cast: François Bégaudeau, Nassim Amrabt, Laura Baquela, Cherif Bounaïdja Rachedi, Juliette Demaille, Dalla Doucouré.
Distribuzione: Mikado
Uscita: Cannes 2008, 10 ottobre 2008 (cinema)
[...] messa in scena servirebbe. L’onda è insomma l’antitesi perfetta di quel film magnifico che è La classe. Per spiegare con la sola azione il contagio del male, dell’omologazione, le radici del fascismo, [...]
Da: L’onda - di Dennis Gansel « NON HO SONNO su Marzo 28, 2009
alle 4:12 pm