Il divo è un film straordinario e Paolo Sorrentino ha finalmente consacrato il suo grande talento. Capace di far incontrare il grandioso Petri con Tarantino, unire il Fellini di Roma allo spettro di Welles, maneggiare il cinema alla maniera di Lynch. E il bello è che Sorrentino non assomiglia a nessuno, è se stesso in un’accezione molto alta. Non a caso ha fatto un film unico. Un lavoro che non fornisce alcuna “informazione” nuova ma ci fa vedere tutto con occhi nuovi. Lo sanno fare solo i grandi.
Con questo film sul potere e sull’immaginario che esso produce – e poi subisce – Sorrentino parla anche, e molto, di verosimiglianza, di indecidibilità tra fatto e menzogna. E di come tutto questo non comprometta,
in alcun modo, la ricostruzione di una “verità” che va molto oltre la sfera della realtà. Giulio Andreotti è in essenza questa impossibilità tra vero e falso, serio e faceto, ironia e tragedia. Vita e morte. Come fenomeno visibile Andreotti è invece la maschera immobile, statica, impassibile, indossata da un Toni Servillo sempre più gigantesco. Un Vampiro svuotato e rivestito solo di parole, rappresentazioni, dicerie. Un essere di pura immaterialità. Di Giulio Andreotti emerge un ritratto tragico e complesso. Tutt’altro che denigratorio, tutt’altro che semplicistico. Non c’è niente di più distante dalla macchietta. Di Andreotti emerge infatti la peculiare “forma di vita”. O almeno la forma di vita che proiettiamo, tutti, su di lui. Che è la forma del controllo assoluto, che fa venire il mal di testa, perdere il sonno, sentir sempre soli anche quando si conoscono 300mila persone. L’uomo del rimosso, che una volta ha palpitato per Mary Gassman, ma poi ha imparato a “conservarsi”. Non si può che sperare che il divino Giulio, sua entità, non si sia in realtà compiaciuto – nonostante le dichiarazioni stizzite – della figura sfaccettatissima che Sorrentino ha portato sullo schermo. Il divo è un “omaggio” molto più di quanto non sia uno sberleffo. Andreotti il titano del potere, “la grandezza dell’enigma”, come dice Eugenio Scalfari dettando un pezzo al telefono. E i dialoghi, tutto sommato molto semplici e ricchi di citazioni (ovviamente), sono però centratissimi. L’impre sa non era facile. “Come sta?” “Così.” “E lei?” “Sostanzialmente mi annoio.” “Sostanzialmente anch’io.” Scabro scambio di battute, tra la segretaria Enea e Andreotti, in cui si nasconde abbondanza di pensiero, generosità di idee.
Si potrebbero fare tanti altri esempi, perché nel film le parole sono fulminanti e precise. Non c’è dialogo fuori posto e la ricorrenza della morte (e della volontà di sopravvivere) nelle frasi del Senatore è perfetta per l’impresa, difficilissima, che il regista ha voluto tentare. E gliene siamo grati.
Meravigliose le scene finali, a partire dalla scena sull’aereo, con i giornali “puntati” su Giulio come una pistola. Bellissima la scena finale, con movimenti di camera degni dell’abilità di Elio Petri in Todo modo, con i colori che sbiadiscono, con la morte che si avvicina. Agghiacciante che l’ultima parola del film sia “niente”. Da pianto la scena – grottesca e sentimentale – dei coniugi Andreotti in casa, seduti in poltrona come tutti gli italiani a guardare la tv mentre Renato Zero canta I migliori anni della nostra vita. Da brivido il monologo successivo, rappresentazione dello squarcio di interiorità che può abitare dentro la maschera. Ma l’incrinatura non è mai rivolta a qualcuno, non si esprime, tace. Il divo è un film irripetibile come tutti i grandi capolavori. Certo chi si aspetta una “narrazione” lineare dei fatti resterà deluso. Perché è un film deciso, stilisticamente peculiare, realizzato da un regista che sa esattamente cosa vuole dal cinema e sa ottenerlo. Pensare a Sorrentino e Garrone a Cannes fa venire i goccioloni. Il cinema italiano è tornato grande.
Il Divo, di Paolo Sorrentino, Italia, 2008, 110 minuti
Cast: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli, Piera Degli Esposti, Alberto Cracco, Lorenzo Gioielli, Paolo Graziosi, Gianfelice Imparato, Massimo Popolizio, Aldo Ralli, Giovanni Vettorazzo
Distribuzione: Lucky Red
Uscita: Cannes 2008, 28 maggio 2008 (cinema)
non l’ho ancora visto, ma mi hai quasi convinto ad andarlo a vedere…
Da: Davide Orlandini su Luglio 24, 2008
alle 5:20 pm