Finalmente nelle sale il discusso Leone d’Oro 2007, Lussuria, con cui il regista di origine taiwanese Ang Lee ha realizzato una “doppietta” formidabile: due Leoni nel giro di tre anni (I segreti di Brokeback Mountain se l’era aggiudicato nel 2005). Svista della giuria? Macchinazioni mandarine del presidente Zhang Yimou? Un punto fermo c’è: Lussuria è molto bello, non c’è da stupirsi che una giuria se ne possa innamorare. Ambientata a Shanghai tra il ‘38 e il ‘42 durante l’occupazione giapponese, la storia della giovane Wang (la magnifica esordiente Tang Wei) che per conto della resistenza nazionalista cinese deve sedurre e uccidere il potente collaborazionista Yee (l’affascinante Tony Leung) è di quelle che conquistano. Scavando dentro ai propri personaggi con raffinatezza e gradualità, il regista mette in scena temi universali e conflitti essenziali. La seduzione che lascia il campo alla passione vera, la recitazione che lentamente si fa verità, la fiducia che rischia di condurre alla morte sono disvelati da Ang Lee con la formidabile maestria dei grandi narratori e la classe dei grandi registi.
Mescolando melodramma e film di spionaggio, la Hollywood dei “duelli al sole” e le vampate erotiche di Nagisa Hoshima, il taiwanese americanizzato si conferma un artista eclettico, attento alle storie che racconta molto più che alla ricerca di uno stile riconoscibile a prima vista. Nel film “gemello” e opposto a I segreti di Brokeback Mountain Ang Lee va fino alle estreme conseguenze nell’affrontare la
classicità possibile del cinema. Wong Kar Wai è lontano anni luce, nonostante il “suo” attore Tony Leung (in un ruolo quasi in antitesi ai personaggi del regista di Hong Kong). Non ingannino quindi l’amore per il dettaglio, la fotografia crepuscolare o la ricostruzione sontuosa della Cina degli anni ‘40. Impreziosito da costumi splendidi e da una colonna sonora incentrata su un leitmotiv semplice e perfetto, Lussuria vuole essere gustoso e tornito come un frutto maturo. L’interesse di Ang Lee non è per “il significante”. Non in prima istanza. Prima di tutto emerge la storia. Le scene erotiche sono bellissime, sono momenti di grande sesso. Vere, carnali, appassionanti, hanno il compito non semplice di raccontare un rapporto di dominio che si trasforma in amore, un gioco di forza tra l’uomo e la donna che lentamente lascia il posto all’arrendevolezza dell’emotività.
Come nel capolavoro del 2005, anche questa volta i conflitti profondi però non possono che emergere, lasciando lo spettatore a fare i conti con la tragicità dell’esistenza, l’impossibilità di scavalcare la menzogna, con la finzione che costituisce il cuore inviolabile della vita. E proprio alla finzione, alla teatralità, al gioco (e alla giovinezza) è dedicata efficacemente la prima parte del film, una scelta apparentemente dicotomica e invece necessaria all’approfondimento sostanziale del tema. La metamorfosi della piccola Wang nella sinuosa signora
Mak, il gioco di imitazione che la sostiene diventano motivi tematici, sollecitando un’interrogazione che coinvolge lo statuto stesso della narrazione. Il dubbio che in ogni imitazione e ripetizione ci sia un movimento di “seduzione e tradimento” serpeggia in Lussuria come un sottotesto possibile e affascinante. Nella classicità dei generi e dei temi, Ang Lee trova quindi un modo interessante e personale di ragionare anche sul cinema e sulla sua verità, scavalcando però a piè pari il post-moderno e mostrando che, in fondo, la tragedia è da sempre meccanismo sublime di falsificazione. E sa pienamente di esserlo.
Lussuria – Seduzione e tradimento (Lust, Caution), di Ang Lee, Cina/USA, 2007, 156 minuti
Cast: Tony Leung, Joan Chen, Lee-Hom Wang, Tang Wei, Wang Leehom.
Distribuzione: Bim
Uscita: Venezia 2007, 4 gennaio 2008 (cinema)