Pubblicato da: nonhosonno | dicembre 13, 2007

Paranoid Parkdi Gus Van Sant

Nessuno è mai pronto per Paranoid Park, il posto più cool e desiderato dagli skaters di Portland. Per Paranoid non è di certo pronto il sedicenne Alex, viso d’angelo e sguardo fintamente vacuo, che raccontata una balla alla madre decide di passarci il sabato notte con l’amico Jared. Le cose non andranno però lisce come l’olio, nel nuovo capolavoro di Gus Van Sant. Visto che una splendida notte di libertà adolescenziale si trasforma in una tragedia con tanto di omicidio. Lineare non lo è neppure il racconto che imbastisce il regista, mettendo in scena frammenti di memoria e impressioni più o meno inconsce in cerca di una spiegazione, di uno straccio di senso, o per lo meno di una ricostruzione chiara e distinta.

«Mi sento come se ci fosse qualcosa che non c’entra con la scuola, i genitori, o mollare una ragazza. Qualcosa di sospeso a metà», dice Alex all’amica Macy. E in fondo il film è il tentativo di afferrarlo, questo “qualcosa”. Di dirlo a qualcuno, visto che Paranoid Park è la scrittura di una lettera. Che si pensava indirizzata a un altro (Macy), ma che in realtà è indirizzata solo a se stessi. Il regista di Belli e dannati realizza con il suo ultimo lavoro il film più lontano che potessimo immaginare da quella meritatissima Palma d’Oro che è Elephant. Là il gelo dell’animo, raccontato con lunghi piani sequenza, privilegiando il piano americano e la figura intera, a modo suo corale ma soprattutto privo di adesione emotiva con chicchessia, con un sonoro del tutto alieno… e Beethoven che, con la Sonata al Chiaro di Luna e la celebre Per Elisa, sembra guardare gli uomini da distanza siderale. Il monolitico Elephant è l’anteprima di una strage assurda, consumata con freddezza, senza soggettive (se non quella sublime del primo colpo di fucile), senza movente e commozione. È vero: anche in Paranoid Park le cose non hanno una motivazione. E, ugualmente, il punto di vista di Alex non si afferma tramite l’utilizzo della classica soggettiva (mai). Ma le analogie finiscono qui, perché il film scava nell’animo di questo adolescente complesso con tutti i mezzi che un cineasta ha a disposizione. C’è da rimanere incantati pensando alla maestria raggiunta da Van Sant. Che maneggia come pochi sonoro (eccezionale), montaggio (dello stesso Van Sant), fotografia (di Chris Doyle) e tutta la sintassi che è possibile mettere assieme con una macchina da presa. Nel film prevalgono i piani medi, primi e primissimi piani, e il forte utilizzo del fuori fuoco (o degli adulti inquadrati senza volto) serve solo a illuminare il centro narrativo: Alex. Da notare poi le scene danzanti che ritraggono gli skaters: da elemento “sociologico” – come accade quasi sempre al cinema – in Paranoid Park diventano ritornello onirico e interiore. Così la musica, per qualsiasi adolescente compagna naturale d’esistenza, è usata senza ritrosie. Spiccano il canto di Elliot Smith, nei momenti più intensi e Nino Rota che dall’inconscio di Giulietta degli Spiriti balza direttamente in quello di Alex.

Il film è bellissimo e struggente. Un “racconto di formazione” insensato e tragico (forse l’unico possibile oggi), che osserva – facendo soffrire non poco lo spettatore – l’ingresso nella vita adulta di un ragazzino. Certo, l’episodio scatenante è eccezionale e clamoroso. Ma mette in moto quei sentimenti che segnano qualsiasi fine obbligata dell’onnipotenza infantile. Quando ci poniamo problemi che hanno a che fare con la responsabilità, la colpa, il senso delle azioni. Le due cose non sono scindibili e sono ugualmente importanti: Paranoid Park si sviluppa all’interno di un’assenza logica, perché la causa scatenante è un incidente che poteva non capitare, e non coinvolge alcuna intenzionalità. Alex, più che il suo omonimo di Arancia meccanica, sembra Edipo: colpevole e innocente a un tempo. Nonostante tutto questo, la nascita di un soggetto adulto, l’aurora dell’autocoscienza, è una possibilità data in Paranoid Park. Che è infatti il più bel ritratto di adolescenza che si sia visto in giro da anni. E Gus Van Sant (premiato ancora a Cannes con il premio speciale del sessantesimo) si sta guadagnando un posto di primo piano nel paradiso del cinema.

Paranoid Park, di Gus Van Sant, USA/Francia, 2007, 90 minuti

Cast: Gabe Nevins, Dan Liu, Jake Miller, Taylor Momsen, Lauren Mc Kinney, Olivier Garnier, Scott Green.

Distribuzione: Lucky Red

Uscita: Cannes 2007, 7 dicembre 2007 (cinema)


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