Inserito da: nonhosonno | Maggio 25, 2007

Zodiacdi David Fincher

1969, due duplici omicidi sconvolgono i dintorni di San Francisco. Rivendicando i delitti, l’assassino spedisce una lettera al Chronicle e intima l’editore di pubblicarla se vuole scongiurare una carneficina. Con la lettera invia anche un messaggio cifrato, lanciando la sfida di risolverlo per conoscere la sua vera identità. Così nasce sulla stampa il “mito” del serial killer Zodiac, un caso che a cavallo degli anni ’70 terrorizzò la città californiana. Zodiac scriveva ai giornali minacciando cose orrende come colpire gli scuolabus, uccidere bambini, ammazzare per il puro gusto di uccidere e senza nessun movente, diventando immediatamente protagonista della scena mediatica. Sui giornali, in tv, al cinema. Quella che ci racconta David Fincher (Seven, Fight Club) nel suo ultimo film è la storia vera dell’indagine sul killer, una ricostruzione minuziosa dell’investigazione realizzata dai detective della polizia, dal cronista di nera del Chronicle (Robert Downey Jr.) e basata su un libro sul caso scritto dall’ex vignettista del Chronicle, Robert Graysmith (Jake Gyllenhaal). Un’indagine investigativa con i suoi intoppi, il suo ritmo, i momenti di apice, il ritorno al dimenticatoio: se Zodiac è il killer che ispirò il primo film dell’ispettore Callaghan, Dirty Harry (ma noto in Italia come Il caso Scorpio è tuo), Fincher ha insomma come obiettivo di fare esattamente il contrario del film di Siegel, e forse di fare esattamente il contrario della drammatizzazione cinematografica. E qui sta il bello. Perché se è geniale la scena di Zodiac in cui il poliziotto (Mark Ruffalo) va a vedere le prodezze di Eastwood sullo schermo (uscendo un po’ disgustato dal cinema), molto interessante è l’intera costruzione del racconto. Che lascia disorientati e inquietati più che mai.

I tre protagonisti del film (giornalista, poliziotto, vignettista) cercano disperatamente l’identità del killer, scivolando in un’ossessione insensata e fagocitante, perchè restituire un senso agli eventi, alla frammentazione e all’assurdità, è un’esigenza psichica prima ancora che un riconoscimento della realtà. Ma scavando e analizzando, Fincher ci racconta come gli indizi che pensiamo di trovare possono diventare più importanti della realtà stessa, possono darle forma, costruendo “doppi” fino a ingarbugliare le carte in tavola e smarrire totalmente la strada. Quali omicidi ha davvero commesso Zodiac? Quali presupposti stanno guidando la nostra indagine? L’evidenza di una prova è un atto puramente procedurale? Esistono “schemi” universali per concettualizzare? Cosa significa, dal punto di vista psicologico, risolvere un delitto? Ha a che fare con il governo del caos? Sono tutte domande molto, molto filosofiche, quelle in cui si frantuma il racconto dell’indagine e l’intenzione di Fincher è affascinante. Va detto che il film – nella sua “bizzarria”, nella sua struttura a singhiozzo e priva di continuità – risulta più inquietante di tanti lavori apparentemente più violenti e concitati. Forse perché Fincher mette in scena la disperata necessità di risolvere, di portare a un esito ciò che non può averne, rilevando la sostanziale impossibilità di affermare qualcosa anche quando la soluzione arriva. L’impressione, nonostante il film sia bello e avvincente, è che però non tutto sia riuscito alla perfezione, che la seconda parte sia più sfilacciata, che alla lunga il “succo” del discorso sfumi e perda precisione. Però Fight Club e Seven erano decisamente più “facili” mentre qui si sente la voglia di crescere, di prendere strade meno eclatanti e più mature.

Zodiac, di David Fincher, USA, 2007, 158 minuti

Cast: Jake Gyllenhaal, Mark Ruffalo, Robert Downey Jr., Anthony Edwards, Brian Cox, Elias Koteas, Chloë Sevigny, John Carroll Lynch.

Uscita: 18 maggio 2007


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