Inserito da: nonhosonno | Febbraio 20, 2007

Lettere da Iwo Jimadi Clint Eastwood

Lettere da Iwo Jima – il secondo film del dittico eastwoodiano sulla battaglia tra americani e giapponesi alla fine della seconda guerra mondiale – non delude le aspettative e toglie quelle perplessità che Flags of our Fathers aveva forse suscitato. Il raffronto tra i due film, anzi, fa emergere chiaramente la complessa visione del regista e chiarisce la lettura totalmente anti-storicistica che avvolge il binomio in questione. Se Flags of our Fathers era costruito dall’intreccio di tre piani narrativi differenti (il presente, il passato della battaglia reale, il passato posteriore la battaglia in cui si crea il mito della vittoria americana) per dirci che il compito del presente era di smitizzare (e decostruire) le strutture della narrazione che fanno della guerra qualcosa di eroico, Lettere da Iwo Jima è una lunga, lunghissima sequenza di battaglia (dalla preparazione alla disfatta), incorniciata da un sottile strato di presente e illuminata da flash back. Mentre nel primo film ciò che contava era la decostruzione del futuro del passato (il dopo battaglia), qui tutto si concentra sul presente eterno della battaglia stessa, squarciata nella sua identità mortuaria dagli umani ricordi dei protagonisti. Un’operazione totalmente opposta per una finalità completamente opposta: restituire alla memoria la voce dei vinti. E questa voce, per Eastwood, non è una melodia monocorde ma una polifonia indebitamente semplificata dai vincitori. Eastwood esordisce perciò con l’immagine di alcuni giapponesi che ritrovano, sepolte in un cunicolo dell’isola di Iwo Jima, le lettere del generale Kuribayashi, capo del contingente massacrato dagli americani, morto durante la terribile sconfitta. Lettere sepolte e fin lì sconosciute, da cui parte un’ellissi totale, un’immersione nel passato cui riemerge la verità della battaglia.

All’interno dell’esilissimo ordito del ritrovamento del testo scritto e dimenticato, si apre così una grandissima narrazione bellica “in presa diretta”, in cui emergono personaggi e storie, in cui si innestano i flash back (il terzo piano temporale) che funzionano per dare complessità ulteriore ai personaggi. I piani narrativi, insomma, sono maneggiati alla perfezione per restituire singolarità e umanità a quei giapponesi che la storia ha schiacciato, banalizzato al ruolo di kamikazen, di fanatici, di uomini-massa al servizio dell’impero. I personaggi del film sono eccellenti, le storie e la cura del dettaglio stupefacenti, le situazioni e le scene raccontate con rara maestria. Tutto questo fa di Lettere da Iwo Jima l’ennesimo grande film di Eastwood, capace di illuminare retrospettivamente anche l’assai meno riuscito Flags of our Fathers. L’intera operazione di questo film diviso in due è in effetti così profonda da non accettare obiezioni e, al di là della condanna alla guerra, ciò che conta è come i due film affrontino il tema del racconto e della memoria unendoli ai temi del potere dei vincitori e del silenzio dei vinti. Ad essere attenti, l’intreccio tra senso e forza, tra memoria e potere, tra silenzio e morte era esattamente contenuto nel finale di Mystic River, così come nell’assenza di riscatto per Kevin Costner in Un mondo perfetto. È un filo rosso che Eastwood ha ben chiaro, ma che in questi due film tematizza con precisione eccezionale facendone il centro di gravitazione di un lavoro avvincente, spettacolare, scritto benissimo da Iris Yamashita e dal fedele Paul Haggis, fotografato mirabilmente dall’altrettanto fedele Tom Stern.

Eastwood regista è da tempo andato oltre le più ottimistiche previsioni, ma più invecchia più il suo sguardo è intriso di commozione, di umana pietas e la sua capacità di raccontarci le fragilità degli esseri umani pare insuperabile. Lunga vita a Clint e cento di questi film.

Lettere da Iwo Jima, di Clint Eastwood, USA, 2006, 142 minuti

Cast: Ken Watanabe, Kazunari Ninomiya, Shido Nakamura, Tsuyoshi Ihara, Ryo Kase, Hiroshi Watanabe, Takumi Bando.

Uscita: 16 febbraio 2007


Risposte

  1. [...] di questo titano. Eppure, come già si rilevava per il penultimo film, Changeling, Eastwood dopo Lettere da Iwo Jima ha abbandonato la forma che meglio gli riesce, la più perfetta e profonda, la più adatta al suo [...]


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