In questi mesi, le uscite si sono susseguite con ritmo incalzante. L’approssimarsi del temuto (cinematograficamente parlando) Natale, con le sue uscite perniciose, spinge perciò a recuperare l’analisi di un film che non aveva trovato spazio, nelle scorse settimane, per un’attenta disamina. Ovvero l’ultimo Eastwood, Flags of our fathers, uscito un mese fa. Prima di parlarne, va menzionata sommariamente la
vicenda produttiva, che vede come artefice un altro grande regista americano, Steven Spielberg, che con la sua Dreamworks non solo ha prodotto questo film ma ha consentito al regista di Million Dollar Baby di girarne in contemporanea un altro, che uscirà il prossimo anno. Eastwood, utilizzando le stesse location (l’Islanda), ha realizzato le riprese di due film. Infatti, sia Flags of our Fathers che l’annunciato Letters from Iwo Jima parlano della stessa battaglia, quella di Iwo Jima, un’isola del Pacifico dove sul finire della seconda guerra mondiale si svolse un’estenuante e cruciale lotta tra americani e giapponesi. E se Letters from Iwo Jima ci racconterà questa vicenda di guerra dal punto di vista dei giapponesi, Flags of our Fathers ce la racconta dal punto di vista degli americani. Il racconto del film si sviluppa attorno ad una celebre foto, in cui sei marines piantano la bandiera americana sulla sommità di un’altura nell’isola di Iwo Jima. Attorno a questa foto, Eastwood imbastisce l’intreccio su tre piani distinti, temporalmente e logicamente: il primo piano dell’azione è il mondo contemporaneo, in cui il figlio di un eroe di Iwo Jima, ritratto nella foto, tenta di ricostruire con un’inchiesta giornalistica cosa accadde veramente nel momento in cui la foto venne scattata (e va detto che il film di Eastwood è tratto dal libro nato da questa indagine). Parallelamente e principalmente però, il film ci racconta altre due cose: la sanguinosa battaglia di Iwo Jima e l’effetto che la foto ebbe in America. La foto, infatti, venne presa a emblema della vittoria possibile, venne usata per ridestare gli animi di un’America disillusa sulle sorti della guerra, e questo perché ne venne falsato totalmente il significato.
Tre dei sei ragazzi ritratti (gli altri tre nel frattempo erano morti in battaglia) vennero richiamati negli States e mandati in giro per il paese, in una sorta di “turné” per convincere gli americani a investire in buoni di guerra: le casse dello stato erano vuote, per vincere servivano soldi e loro rappresentavano gli eroi che vincono la guerra. Eppure, quella fotografia non aveva affatto il valore che le si voleva attribuire. Era un falso, per intenderci, e i tre marines lo sapevano. Ma al popolo (e al potere che manda avanti le guerre) questo non interessa per nulla. È più importante convincere ed essere convinti, che sapere la verità. Cosa vuol dirci Eastwood? Ovviamente vuole parlare del rapporto tra leggenda e verità, e di come le guerre si vincano con le leggende, non con la verità. Ma Eastwood, contrariamente a quanto faceva il suo maestro John Ford (il riferimento di Flags of our Fathers è chiaramente L’uomo che uccise Liberty Valance), ci dice che il nostro compito è raccontare la verità, non la leggenda. Che il mondo ha bisogno di ricostruzione storica, non di falsi miti. Il tema è entusiasmante. Ma il film non lo è. Le ragioni non sono semplici da trovare. Se ne possono abbozzare due: il ritmo piuttosto noioso degli svolgimenti paralleli, che si sviluppano per più di due ore senza particolari sorprese. Ma soprattutto la debolezza del marchingegno attorno a cui tutto ruota. Cioè la foto. Che è famosa, certo. Ma non possiede la forza del mito, di cui invece dovrebbe farsi carico. Non è una foto “fondativa” (mentre la morte di Liberty Valance nel film di Ford lo era, perché rappresentava la fine di un mondo e l’inizio di un altro), è semplicemente un episodio interessante. Il cui valore di verità non coinvolge in alcun modo la nostra identità.
Flags of our Fathers, di Clint Eastwood, USA, 2006, 130 minuti
Cast: Ryan Phillippe, Jesse Bradford, Adam Beach, Barry Pepper, John Benjamin Hickey, John Slattery, Paul Walker, Jamie Bell, Robert Patrick, Neal McDonough, Gordon Clapp.
Uscita: 10 novembre 2006