Inserito da: nonhosonno | Agosto 30, 2006

Timedi Kim Ki-duk

See-hee è ossessionata dall’idea che il suo ragazzo Ji-woo si possa stancare di lei: sono due anni che stanno assieme e See-hee coglie in ogni gesto o espressione del suo uomo il segno evidente che Ji-woo non la desidera più. Due anni a toccare lo stesso corpo, a guardare lo stesso volto… per See-hee è inevitabile che il tempo abbia trasformato l’amore in noia, in un processo ineluttabile che le farà necessariamente perdere per sempre l’amato Ji-woo. Allora, See-hee prende una decisione estrema: per imprigionare il tempo e scongiurarne gli effetti, decide di rifarsi la faccia e tornare in seguito da Ji-woo. Così scompare misteriosamente senza dire una parola, si sottopone a una plastica facciale totale, e dopo sei mesi torna da lui sotto le spoglie di un’altra donna, con un’altra identità. Così, pensa See-hee, lui la amerà di nuovo appassionatamente e tutto avrà un nuovo inizio. Così Ji-woo non si stancherà mai di lei. Questo spera See-hee… ma le cose non andranno esattamente per il verso giusto. L’intreccio principale di Time è bizzarro, intelligente, forte, e nasce da un’idea (un’idea! Cosa rara a vedersi…) paradossale, quasi ridicola a dirsi. E certamente difficile da maneggiare in modo credibile sullo schermo. Eppure nel cinema mondiale c’è un uomo capace di mettere in scena questo intreccio, ed è il coreano Kim Ki-Duk, un regista stupendo, la cui cifra stilistica sospesa tra tragedia, violenza, tenerezza, pietà e comicità è oramai riconoscibile tra milioni di registi.

La personalità di Kim Ki-Duk è una delle meraviglie di questi anni di cinema, una delle poche cose degne di nota e ogni suo film va visto, per nutrire lo spirito e l’intelligenza. Per questo, perdonate se la prima “puntata” della rubrica di recensioni viene dedicata a un film che è uscito a fine agosto, è stato in cartellone pochi giorni ed è già stato tolto (ma lo danno a Forlì). Non lo troverete più nelle sale ravennati, insomma. Eppure: perché parlare di film ovvi, di un cinema ormai ripetitivo e stanco come quello che si trova abitualmente in sala, quando si può consigliare caldamente un film bello come Time. Che non è un film sull’amore. Non solo, almeno. È un film sull’anonimato, sul fatto che siamo tutti intercambiabili, inutili, nella società dell’immagine. Dove l’unicità si perde e l’identità si frantuma. Time, semmai, ci dice che l’amore è altro e non se la passa bene in questa deriva del tempo in cui viviamo. La temporalità dell’esistenza non è la cristallizzazione immobile, il tempo neutro, indifferente, che ci vuole tutti giovani e belli. Non è un caso, perciò, che Time ricordi il cinema del grande Tsai Ming Liang (anche nel ritrarre gli interni, e i silenziosi appartamenti). Perché come per le storie del regista taiwanese, anche questo è un racconto morale, che disegna un aut-aut tra l’immagine e lo spirito, tra l’apparenza e la verità. E poi, come già detto, Time mette di fronte a un modo di far cinema importante: scegliere una storia azzardata, non realistica, per raccontare una vicenda che parla della realtà più vera, quella delle emozioni e del sentimento. Ma l’anti-realismo qui non si trova nella messa in scena, nella rappresentazione degli ambienti e delle situazioni, che anzi è quanto di più quotidiano e naturalistico abbia realizzato Kim Ki-Duk nella sua vita. L’anti-realismo è nella scelta di raccontare l’idea-paradosso, nella capacità di sintetizzare frammenti di esistenza, di sensibilità, per astrarli nella loro forma ideale, trovandone il rivolto interno, la contraddizione insanabile. Perché il paradosso è straniante, ma contiene l’essenzialità di un processo, quindi ce lo fa comprendere chiaramente. Se ne facessero, di film così!

Time, di Kim Ki-duk, Corea del Sud/Giappone, 2006, 97 minuti

Cast: Ha Jung-woo, Sung Hyun-ah.

Uscita: 25 agosto 2006


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