Ammetto subito, senza remore, la mia scandalosa lacuna: di wuxiapian, cioè i film orientali di cappa e spada, non capisco nulla. Dovrei chiedere ripetizioni a quelli di Alias, inserto de Il Manifesto, che magnificano l’arte totale di Tsui Hark come se nella loro infanzia avessero visto e rivisto Swordman e Swordman 2 anziché gli squallidi prodotti del cinema occidentale. Dicono che Ang Lee (La tigre e il dragone) è un venduto, mentre Tsui Hark un genio. Non ne discuto, non ho gli strumenti per appurarlo, so solo che lo scorso anno si era tutti esperti di B movie, mentre questo qui di film cinesi di genere. Per me, ignorante senza scusanti, vedere Seven Swords, l’opera di 160 minuti (2 ore e 40’!!!) che ha aperto le danze della Biennale Cinema è stato un supplizio paragonabile solo alla reazione di Woody Allen in Hannah e le sue sorelle, quando pensa all’eterno ritorno nietzchiano con sommo terrore e afferma: “Vuol dire che devo rivedere un’altra volta Holiday on Ice!”. Ecco, pensare di rivivere un’identica vita, e quindi rivedere Seven Swords, non è allettante.
Seven Swords, tratto da un classico di Liang Yu-Shen, è una specie di versione cinese de I magnifici sette, a sua volta versione americana de I sette samurai. Ma i tre film sono diversissimi tra loro, per stile e quindi contenuto. Fondamentalmente non c’entrano nulla l’uno con l’altro: l’unico appiglio
interpretativo è naufragato. Per capire mi affido a Roberto Silvestri, che scrive su Il Manifesto - scusate l’accanimento. Per lui il film è un capolavoro perché riprende il senso filosofico del cinema di Bruce Lee, in cui il corpo è qualcosa capace di “estasi, di uscire fuori dalle proprie regole e certezze balistiche”. Sarà. Silvestri parla anche di cinema totale, del film come una summa di tutto il cinema possibile. Mah… Seven Swords è un film girato benissimo, un campionario cinematografico degno di studio e ammirazione per i tagli delle inquadrature, la fotografia, il montaggio, è una danza cinematografica mirabolante, un’opera di intrattenimento che è una saga di avventura, un racconto esotico che ci fa sentire più dotti e meno provinciali. Nulla di male in tutto ciò, se vi piace l’estasi pura dell’immagine e apprezzate una costruzione narrativa fatta a tavolino, con tutti gli elementi utili per generare quel senso di severità orientale che, da deficienti quali siamo (nel senso di deficere, mancare), ci pare altro dal nostro cinismo metalinguistico, ci sembra più autentico e meno ironico. Tsui Hark ha lavorato negli Usa e in Europa, mi pare un regista navigato (40 film alle sue spalle), sensibilmente in grado di mettere in scena un successo. Nell’ignoranza in cui mi trovo posso solo dire che la narrazione di Seven Swords non è meno di maniera di quella de La tigre e il dragone. Però il film è più noioso e troppo lungo. Su tutto il resto telefonerò ai critici de Il Manifesto che riempiranno le mie lacune.
Seven Swords, di Tsui Hark, Hog Kong, 2005, 160 minuti
Cast: Donnie Yen, Leon Lai, Charlie Young, Honglei Sun, Yi Lu, So Yeun Kim, Kar-leung Lau.
Uscita: 2 settembre 2005