Inserito da: nonhosonno | Maggio 7, 2004

La Passione di Cristodi Mel Gibson

Due o tre cose sul film di Mel Gibson. Primo: il film è, nella messa in scena, perfettamente coerente con le intenzioni e, come si usa dire, con il messaggio. Il Cristo di Mel Gibson è, in maniera monolitica e assoluta, il portatore di una parola nuova, che spezza il circolo dell’odio per fondare una nuova immagine della convivenza umana, non più votata alla violenza: Cristo incarna senza dubbi questa profonda convinzione, l’uomo sarà nel peccato finché la sopraffazione sarà la norma. Cristo è stato sacrificato, torturato e crocefisso, a causa dei meschini giochi di potere di Farisei e Romani: i Farisei non volevano vedere il proprio potere incrinarsi, i Romani non volevano rogne in una provincia che dava i suoi problemi. La Passione di Cristo è anche la sconfitta mondana, storica, carnale, di una concezione rivoluzionaria. Cosa accade ad una persona che muore per le proprie idee? La tortura, il dolore, Gibson ce li mostra fin troppo bene e non li edulcora in nessun modo. La violenza del film vuole ricordarci, senza filtri e mezze misure, che cosa faccia, sui corpi dei molti cristi della storia, il potere, con la sua disumanità e la sua logica che, purtroppo, ancora governa il mondo. Secondo: questo film ha un immenso limite, ribadire ossessivamente, per 126 minuti, questa idea, poco sopra espressa. Nel film di Gibson non c’è nient’altro. Non una sfumatura, non un’emozione, non un moto psicologico, solo detestabili ragionamenti politici nella prima parte, cui seguono sangue, brandelli di carne e membra spezzate nella seconda. Il film di Gibson è noioso. Uscire prima della fine, durante la Via Crucis, non cambierebbe nulla della visione e dire questo di un film non è un complimento. Forse non è sufficiente a fare un bel film la rappresentazione insistita di un’unica idea forte, né è concepibile davvero questo iper-realismo sanguinario, non per ragioni morali (che anzi sostengono questa operazione), bensì perché dopo 5 minuti si è già capito e avvertito tutto. Troppo ossessivo e troppo poco creativo nella sua ossessività, La Passione risulta un film insostenibile. Terzo: la superficialità che molta critica ha dimostrato. Gibson realizza un film che sfonda i codici deputati dell’arte perché ciò che gli interessa è rendere il cinema puro veicolo di un messaggio.

La Passione di Cristo non è un bel film, ma è un film che riesce nel suo intento. Forse il merito più grande dell’opera è quello di forzarci ad alcune riflessioni etiche sull’estetica. Provocatoriamente, perché un’autopsia filmata dal cineasta d’avanguardia Stan Brackage esalta gli studiosi e su Mel Gibson si sprecano gli insulti? Perché esaltarsi con il vuoto Big Fish (felliniano? Ma per piacere!) e non porsi neppure un interrogativo circa l’inquietante messa in scena di questa Passione? Perché denigrare in maniera compiaciuta un lavoro che, siamo sinceri, qualche problemino sulla rappresentazione cinematografica ce lo pone? Perché sentirsi tanto superiori, solo perché Braveheart non è un autore della cricca giusta? Poniamoci qualche domanda su ciò che il cinema sopporta di mostrare, piuttosto che insultare questo violentissimo film dalla concezione decisamente estrema.

La Passione di Cristo, di Mel Gibson, Usa/Italia, 2003, 130 minuti

Cast: James Caviezel, Maia Morgenstern, Monica Bellucci, Hristo Jivkov, Hristo Shopov, Rosalinda Celentano, Francesco Cabras, Claudia Gerini, Sergio Rubini, Romuald Andrzej Klos

Uscita: 07 aprile 2004


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