Inserito da: nonhosonno | Giugno 27, 2009

Coraline e la porta magicadi Henry Selick

Un cartone animato adatto ai grandi, più che ai bambini. Coraline e la porta magica, diretto da Henry Selick – già regista di The Nightmare before Christmas scritto da Tim Burton – è un racconto di formazione dall’ambientazione gotica e dagli spiccati tratti horror. Coraline, una bambina vispa e sveglia, si è da poco coralinetrasferita dal Michigan in una casa sperduta e un po’ inquietante assieme ai genitori. Una mamma e un papà molto affaccendati nel lavoro, sempre davanti al computer, spesso poco disponibili con lei. I vicini di casa non sono poi particolarmente rincuoranti: c’è Wybie, un bambino insicuro e pieno di paure, due decrepite attrici di avanspettacolo, un acrobata russo che cerca di ammaestrare topi. Coraline non è contenta. Fino a quando, in un anfratto della nuova casa, non trova una porticina. Che, come per Alice, conduce in una realtà parallela. Ma non è un paese delle meraviglie, dove incontrare lo Stregatto e il Cappellaio. La realtà parallela è esattamente la sua casa, con la sua famiglia e i suoi vicini. Solo che in quel mondo magico le imperfezioni della vita non esistono: la mamma cucina cenette deliziose, il babbo lavora in un giardino pieno di fiori e colori, le vicine fingono solo di esser vecchie ma in realtà sono due bellissime fanciulle, l’acrobata realizza uno spettacolo magnifico con i topi ballerini. Ma questo mondo alternativo, cui Coraline si affeziona e in cui desidera sempre più restare, nasconde al fondo una terribile verità.

Coraline e la porta magica utilizza la tecnica dello stop motion, non certo nuova nell’animazione e nel cinema (è usata fin dagli anni ’60) ma “accoppiandola” con il 3D (cosa complessa, visto che la realizzazione del film è durata quasi tre anni). La sala deve essere attrezzata per poter garantire la visione ideale, ma la concezione stessa delle riprese e della fotografia, delle inquadrature pensate per essere viste in “stereoscopia” si avverte pienamente lo stesso, rendendo Coraline un viaggio avvolgente. Immaginifico, fortemente burtoniano (dai titoli di testa alle musiche, dal personaggio di Wybie al tono gotico di fondo) e decisamente coraline_exspaventoso nella seconda parte, il bel lavoro di Selick è una riflessione sulle illusioni, sui desideri frustrati, sull’impossibilità terrena della perfezione e sull’accettazione della realtà. La piccola Coraline si avventura in un viaggio pericoloso, e ne verrà fuori solo perché è una bambina determinata e forte, anticonformista e intuitiva. Tanto da rifiutare di restare “accecata” dalla cuccagna che si presenta davanti ai suoi occhi, e da voler in fondo tornare alla vita vera.

I temi sono densi, la storia è bella, la protagonista simpatica (come nel film in carne e ossa Stella, in questa stagione cinematografica sono le ragazzine ad avere le spalle larghe, a essere protagoniste di una crescita interiore, ad acquisire consapevolezza). Ogni tanto il ritmo della narrazione perde qualche colpo e non tutto è memorabile. Ad esempio, i vicini di casa non sono personaggi così interessanti, sebbene siano funzionali ai temi (l’orrore per la vecchiaia, la paura del fallimento) ma la scena del teatro con la metamorfosi delle anziane in belle acrobate al trapezio è splendida e di grande valore simbolico. Coraline è un ottimo film. C’è da chiedersi se piacerà ai bambini, visto che i ritmi non sono quelli dei film della Pixar. Certo la forte valenza psicologica del lavoro sarà difficile da comprendere, ma sicuramente dopo la visione del film a nessun bambino verrà più tanta voglia di immaginare i propri genitori diversi da quello che sono.

Coraline e la porta magica, di Henry Selick, USA, 2008, 100 minuti

Cast: Dakota Fanning, Teri Hatcher, Ian McShane, Keith David, Jennifer Saunders, John Hodgman, Dawn French, Robert Bailey Jr., Aankha Neal, George Selick, Hannah Kaiser, Harry Selick, Marina Budovsky, Emerson Hatcher, Jerome Ranft.

Distribuzione: Universal Pictures

Uscita: venerdì 19 giugno 2009 (cinema)

Inserito da: nonhosonno | Giugno 22, 2009

I love Radio Rockdi Richard Curtis

1966, Gran Bretagna. Le radio convenzionali trasmettono musica classica e un po’ di jazz. Ma a bordo di una nave che veleggia nel Mare del Nord ci sono i pirati del sound con la loro Radio Rock, un’emittente “outsider”, fuori dai circuiti tradizionali, che per 24 ore al giorno manda in onda la vera musica del momento: il rock ‘n roll. Con i Kinks e i Rolling Stones, passando per Dusty Springfield e i Beach Boys, finendo con gli Who e quintali di garage, Radio Rock fa dimenare milioni di ascoltatori. E si diverte parecchio anche il variegato equipaggio composto dai dj, una cuoca lesbica e il patron della folle barca. Ovvero Quentin (l’ottimo Bill Nighy), un signore elegante ma molto alternativo, capo dello scoppiettante gruppetto: c’è il re dei dj detto “il Conte” (Philip Seymour Hoffman), Simon il romantico, il bizzarro Angus, l’isolazionista Bob – che cura le trasmissioni della notte e va giù di testa per la psichedelia americana – il silenzioso tombeur Mark, il furbo Dave. Fino all’arrivo dell’idolo tutto sesso delle radio americane: Gavin. Ovviamente, però, la banda di ribelli ha anche dei nemici. Primo tra tutti l’incartapecorito politico Mr. Dormandy (Kenneth Branagh), che a servizio della Regina cerca in tutti i modi di far chiudere bottega ai pirati.

locandina_radio rockDiretto dallo sceneggiatore di Quattro matrimoni e un funerale e Notting Hill, Richard Curtis (dietro la mdp anche per Love actually, dove già emergeva la musicofilia del regista), I love Radio Rock è una commedia estremamente discontinua nei risultati. I personaggi sono simpatici, alcune trovate sono divertenti, la musica è il massimo, ma alla fin fine sarebbe servita una direzione più precisa alla nave del film, per non portarla allo sbando. La rotta, probabilmente, avrebbe dovuto dribblare i toni della commedia sentimentale – mentre la sottotrama principale è quella del romanzo di formazione, perché sulla nave c’è pure l’adolescente alla scoperta del mondo – e puntare dritto al comico. Puntare a Un pesce di nome Wanda più che a Notting Hill, appunto. Perché i tratti di pura comicità ci sono e sono quelli che funzionano davvero. A partire dal ridicolo Mr. Dormandy ben accoppiato con l’aiutante Pirlott (il nome è una garanzia) e con una moglie terrificante, fino ad arrivare ad alcune scene al limite del demenziale. Come quella in cui un centinaio di ragazze urlanti salgono sulla nave, come premio di un concorso lanciato dall’emittente. E gridano in continuazione, di fronte a qualsiasi cosa… esattamente come quintali di adolescenti femmine facevano nel vedere i Beatles. Buffa la scena in cui Bob, sul finale, non riesce a staccarsi dai dischi dalle copertine allucinogene che gli piacciono tanto, come un bimbo non riesce a smettere il ciuccio. Divertenti alcuni scorci della “società” inglese che si vedono nei montaggi a sfondo musicale. Il film è punteggiato di buone immagini e trovate, ma soffoca sotto la sua struttura da commedia ben scritta (anche se, a onor del vero, le cose non vanno mai per il verso giusto e questo fa parte del “messaggio” del film).

Così, risultano noiose sequenze come quella del matrimonio di Simon, la storia dell’adolescente in cerca deli-love-radio-rock2 babbo, l’arrivo della madre (Emma Thompson) sulla nave. Insomma, fa scendere la catena tutto ciò che non è spasso ma convenzionale commedia da intrattenimento, che come direbbe anche Celentano non è per niente rock. Ci sono momenti in cui il film è addirittura brutto. Peccato, perché i personaggi sono ottimi, ben disegnati e, soprattutto, per i fan dei Sixties non capita tutti i giorni di ascoltare una colonna sonora così goduriosa. Film discontinuo, non certo deprecabile.

I love Radio Rock (The Boat that Rocked), di Richard Curtis, GB/Germania, 2009, 135 minuti

Cast: Philip Seymour Hoffman, Bill Nighy, Rhys Ifans, Nick Frost, Kenneth Branagh, Tom Sturridge, Chris O’Dowd, Rhys Darby, Katherine Parkinson, Talulah Riley, Ralph Brown, Sinead Matthews, Emma Thompson, Gemma Arterton, January Jones, Tom Wisdom, Jack Davenport.

Distribuzione: Universal Pictures

Uscita: 12 giugno 2009 (cinema)

 

Inserito da: nonhosonno | Maggio 29, 2009

Antichristdi Lars von Trier

Diviso in quattro parti – dolore, pena, disperazione, i tre mendicanti – più un prologo e un epilogo, Antichrist è un film con molte ambizioni. Lars von Trier cerca di esprimere il terrore assoluto di fronte al nulla, e sentimenti difficili da raccontare come quelli appena citati. Lascia ch’io pianga – l’aria di Handel con cui si apre e chiude il film – sembrerebbe una dichiarazione d’intenti o una richiesta e se così fosse le cose andrebbero meglio. Antichrist potrebbe essere un film intimo e in un certo senso lo è. Eppure al regista non basta realizzare un lavoro dolente e magari minimale. Qui sta il suo limite. La vicenda di una coppia che perde il figlio piccolo – che si getta dalla finestra mentre i due fanno l’amore – e sprofonda nel buio, nel caos, nel conflitto e nella rinascita, è di percannesnticrist sé interessante, specie se il “taglio” narrativo è, come nella prima parte, fortemente psicanalitico. Il regista danese tutto testa e niente cuore potrebbe mettere in scena una sofferenza reale con un percorso narrativo anche simbolico, anche orrorifico ma sobrio. Avrebbe prevalso il cuore. Ma l’estremo razionalismo – nel senso in cui si potrebbe dire che De Sade era il re dei razionalisti – di von Trier non pare consentirgli un racconto che non arrivi alle estreme conseguenze.

Il ragionamento ha le sue regole, l’espressione artistica ne ha altre. Il film forza le regole del gioco impostato con lo spettatore e il patto si incrina. Per questo, qualcuno a Cannes ha riso. Saltando sopra la psicanalisi, il regista approda infatti a una riflessione sulla natura maligna che sfigura la chiarezza espressiva, anziché confortarla in senso metafisico. Le idee sono chiare, ma i ritmi non sono adeguati: questione di musicalità cinematografica. Von Trier ha tentato di andare oltre, di sprofondare in un orrore panteistico in tutta la sua abiezione. Ha voluto strafare. Non gli è andata bene… difficile però liquidare un film del genere dicendo, semplicemente, che è brutto. Difficile perché meglio Antichrist di von Trier di tanto mainstream narrativo che non chiede nulla alla nostra percezione delle cose. Indubbio anche che il film non sia riuscito, che le intenzioni siano molto presuntuose e reclamino il conto alla fine, di fronte a un risultato modesto.

Il film più prossimo a questa opera post-depressiva – a quanto pare – di un regista che è rimasto per mesi chiuso in casa senza alzarsi dal letto a guardare il muro, è l’incubo di Asia Argento Ingannevole è il cuore più di ogni cosa. Brutalità pura, che al cinema non è facile mettere antichrist1_645_458in scena né sostenere per chi guarda, ma che la Argento sceglie in maniera inequivocabile come soglia stilistica fin dalla prima scena. Non così il danese, che mescola con un eclettismo poco convincente variegate scelte visive, disorientando e non convincendo. La nostra psiche è una lotta perenne tra una parte che tenta di elaborare l’insensatezza del vivere e una parte che ce l’ha ben presente, questa insensatezza. Il regista riesce a dire questa cosa con efficacia nella prima parte, prima che Dafoe e Gainsbourg (premiata come migliore attrice a Cannes) vadano nella foresta ed esploda palesemente il conflitto tra i due. Che sono uno l’ombra dell’altra più che due caratteri distinti. La prima parte, più semplice e sobria, non è un capolavoro, ma “arriva”. Gli stati di apatia, ansia, terrore della protagonista sono fotografati senza sotterfugi e con dolore. Il secondo tempo zoppica. E non tanto per gli animali del bosco che parlano o per la scena – bruttissima – del taglio del clitoride. Quanto per la volontà di von Trier di dover sempre trovare un trucchetto espressivo, anziché lasciare l’orrore tra le righe. Esplicitarlo con motivi tipici del genere non rende più forte e deciso il sentimento di fondo. La testa, insomma, ha prevalso ancora una volta sul cuore.

Antichrist, di Lars von Trier, Danimarca / Germania / Francia / Italia / Svezia / Polonia, 2009, 100 minuti.

Cast: Willem Dafoe, Charlotte Gainsbourg.

Distribuzione: Lucky Red

Uscita: Cannes 2009, venerdì 22 maggio 2009 (cinema)

Inserito da: nonhosonno | Maggio 28, 2009

Vinceredi Marco Bellocchio

Marco Bellocchio con i premi non è fortunato. In particolare non lo è stato con Buongiorno, notte che non avrebbe sfigurato come Leone veneziano nel 2003. In quel caso la giuria gli preferì il russo Il ritorno. Film di buona tempra, ma più “concorsuale”: una scelta meno audace. Peccato che pure Vincere torni a casa a mani vuote, ma “il Cannes” appena concluso conferma invece soltanto l’alto livello del miglior festival del mondo. Haneke è un magnifico regista: a leggere la trama de Il nastro bianco e a pensare alla sua fredda macchina da presa viene già l’acquolina in bocca. E del resto, a onor del vero, Vincere è un film molto potente, ma non è un capolavoro.

La storia di Ida Dalser, amante di Benito Mussolini e probabilmente sua prima moglie, madre del primo figlio maschio del futuro Duce (Benito Albino, 1915-1942), è un dramma a tinte foschissime in cui alcune cose funzionano in maniera magistrale e altre meno. Dal punto di vista tematico funziona la scelta di concentrarsi locandina_vinceresull’ossessione della Dalser, abbandonando a un certo punto la figura del Duce. La donna, fino alla fine dei suoi giorni, rivendicò con forza il ruolo che le spettava e il ruolo che spettava a suo figlio: lei era la consorte del Duce (che, avendo sposato Rachele solo in seguito, sarebbe stato bigamo), Albino il suo erede. La Dalser non è mera “vittima”: è essenzialmente folle, derealizzata. Fascista, accecata dalla violenza del potere. Che le piace da morire. Certo, è anche una donna combattiva e cosciente di sé, ma non della propria posizione morale. E certo non si può dire non sia complice del proprio destino. Se Bellocchio non poteva che interessarsi a questa storia di carne, sessualità, morte, a questo racconto fallico e masochista che più di ogni altra storia getta una luce d’orrore nel rapporto indissolubile (indissolubile) tra privato e pubblico di ogni uomo – figuriamoci un capo di Stato – certamente il grande regista piacentino non dimentica la dialettica interna, il rapporto vittima/carnefice che fa di Ida Dalser responsabile del proprio amore per Duce, responsabile della propria sorte. L’unica vera vittima è Albino, il povero figlio, che non si è meritata la follia della storia, personale e collettiva, in cui è stato gettato. Che non merita la mimesi forzata cui viene trascinato. Del resto il rapporto tra Dalser e Mussolini è già segnato dalla scena del primo amplesso: mentre la Mezzogiorno dice «ti amo tanto» e Filippo Timi con occhio sgranato non la guarda neppure in faccia, pensando alla Storia che verrà. La ferocia è maschile. Come è maschile la facilità di “divorare” i figli, le donne. Condivisa è la pulsione di negare parti di sé in vista di un obiettivo narcisistico. Non si prescinde dalla psicanalisi, giustamente.

Purtroppo, dal punto di vista stilistico il film presenta le sue pecche. Eccezionale, libera, addirittura spregiudicata l61e9d_FilippoTimi_01a prima parte. Che ricorda l’eclettismo di Buongiorno, notte, con i suoi inserti immaginari, il suo uso abbondante di musica e sonoro extra-filmico. Un espressionismo marcato, funzionale, a tratti terrificante. La lunga pare centrale, dedicata esclusivamente alla Dalser, non mantiene lo stesso livello né di tensione né di creatività. Come la Mezzogiorno che volutamente non invecchia, come Timi che recita la parte di Albino ragazzo, la cristallizzazione del presente eterno offre al film un cedimento di ritmo. Dove l’eccitamento futurista/fascista, il tetro volto dell’istinto di morte e del piacere del sangue lasciano il posto alla catatonia mortuaria, la potenza cede. Riprende sul finale, in cui Vincere dispiega nuovamente le ali e si rivela disturbante, inquietante, denso. Un lavoro che dispiace non abbia trovato alcun tipo di riconoscimento. La curiosità: Daniele Ciprì è direttore della fotografia. La genialità: come sempre Bellocchio ha un “occhio di riguardo” per la categoria umana che predilige bistrattare, i religiosi.

Vincere, di Marco Bellocchio, Italia/Francia, 2009, 128 minuti.

Cast: Filippo Timi, Giovanna Mezzogiorno, Fausto Russo Alesi, Michele Cescon, Pier Giorgio Bellocchio,  Corrado Invernizzi, Francesca Picozza.

Distribuzione: 01 Distribution

Uscita: Cannes 2009, 20 maggio 2009 (cinema)

Inserito da: nonhosonno | Maggio 16, 2009

Il canto di Palomadi Claudia Llosa

Orso d’Oro al Festival di Berlino 2009, esce nelle sale La teta asustada della peruviana Claudia Llosa. Titolo che significa qualcosa come “il seno impaurito”. E se anche il titolo internazionale (The milk of sorrow) resta nello stesso orizzonte semantico, una vera traslazione avviene con il titolo italiano, Il canto di Paloma, che “sposta” il primo approccio dello spettatore su un altro elemento. Che certo è importante, nel film. Ovvero il talento della protagonista di inventare canzoni. Talento trasmessole dalla madre assieme a quel latte del dolore di cui parla la distribuzione anglofona. In ogni caso serve una “guida” per comprendere questo lavoro, non di immediata lettura, di una trentatreenne regista di Lima. Intanto, la storia recente del Perù è meno nota di quelle di Argentina, Brasile, Cile. Anche se questo grande paese del Sud America ne ha passate parecchie. Nellocandina_teta dopoguerra si instaura una bella dittatura feroce che mette al bando i partiti ma è solo negli anni ’80 che si scatenano sul serio i gruppi armati contro il regime (da Sendero Luminoso al movimento rivoluzionario Tupac Amaru). Una vera e propria guerra che soprattutto nelle montagne fa decine e decine di migliaia di morti. E gli stupri sono all’ordine del giorno. Soprattutto nelle zone andine, dove vivono i discendenti dei nativi che parlano il quechua. Una premessa utile per il film. Che è la storia di Fausta, nata da una vedova violentata. E il quechua (non lo spagnolo) è la lingua in cui Fausta canta. Il canto è la modalità con cui la ragazza parlava alla madre, che muore nella prima scena del film, lasciando sola la figlia. Una ragazza che, secondo le “credenze” nate durante i massacri dei civili, ha bevuto appunto quel latte della paura e del dolore da quel seno impregnato di violenza. Fausta non è una ragazza “normale” e ha un terrore assoluto riguardo al sesso e agli uomini. Tanto da arrivare a infilarsi un tubero nella vagina.

Ambientato nelle periferie poverissime di Lima, Il canto di Paloma è davvero un film distante. Difficile. Perché non offre premesse per “entrare” nel senso profondo dell’opera, anche se il valore degli elementi in gioco è comprensibile anche senza conoscere a fondo il contesto e la storia peruviani. Però, indubbiamente, è utile sapere che le popolazioni più colpite dalle tragedie degli anni ’80-’90 (quelle cui Fausta appartiene) hanno elaborato delle strategie proprio per reagire e comprendere accadimenti come gli innumerevoli stupri. Quindi Fausta, nel nostro film, è come intrappolata nei retaggi del passato. Fisicamente, per quanto bizzarro sia a dirsi, questo senso di chiusura è espresso proprio dal “tappo” che la ragazza ha inserito nel proprio sesso. Detto tutto questo, però, il film non entusiasma.

Stilisticamente ci sono due scelte nette. La lentezza e i silenzi del mondo di Fausta e, forse per rendere più “potabile” al pubblico internazionale la propria opera, il mondo di contorno che ricorda i Balcani di Kusturica in salsa peruviana. Claudia Lllosa incentra infatti le scene di raccordo e di “decompressione” su una serie di matrimoni (atto di vita e sessualità opposti alla chiusura di Fausta) tetache affondano chiaramente in quel gusto pop-trash-underground cui ci ha abituati il regista di Gatto nero gatto bianco. Non molto interessante, anche se molto funzionale al messaggio finale (l’emancipazione delle popolazioni, oppresse proprio da quelle idee che contribuiscono ad alimentare il loro sfruttamento), la storia della musicista priva di ispirazione, cui Fausta fa da domestica. Facile facile. Già sentita e vista. Alla Berlinale, negli ultimi due anni, piace l’America Latina (nel 2008 aveva vinto il brasiliano Tropa de Elite). Ma qualcosa di poco tornito accomuna – sebbene con toni che più diversi non si può – gli ultimi Orsi d’Oro.

Il canto di Paloma (La teta asustada), di Claudia Llosa, Spagna/Perù, 2008, 103 minuti.

Cast: Magaly Solier, Marino Ballón, Susi Sánchez, Efraín Solís, Bárbara Lazon, Karla Heredia, Antolín Prieto.

Distribuzione: Archibald Enterprise Film

Uscita: Festival Berlino 2009, 8 maggio 2009 (cinema)

Inserito da: nonhosonno | Maggio 15, 2009

Che – Guerrigliadi Steven Soderbergh

Alla fine del primo tempo non si può giudicare un film. E il fluviale Che di Steven Soderbergh è un unico importante film spezzato a metà per eccessiva durata (4 ore e mezza). E come talvolta accade che un film “recuperi” nel secondo tempo – o solo alla fine si capiscano appieno le scelte fatte all’inizio – così Guerriglia obbliga a ripensare retrospettivamente L’argentino. Guerriglia è un film magnifico. Stilisticamente, tematicamente, emotivamente differente dalla prima parte. Eppure il lavoro è totalmente omogeneo nelle scelte di fondo, nel rigore e nell’antispettacolarità, che le due parti sono imprescindibili l’una dall’altra. Che si rivela un lavoro di grande valore. Il regista ha scelto di dipingere il trionfo nel primo “film” e la caduta nel secondo. Il trionfo è più freddo dell’agonia, che è straziante. Guerriglia è un estenuante funerale, una cronaca di morte annunciata, una disillusione che non lascia scampo.

Il film si concentra sulla fallita rivoluzione in Bolivia, paese in cui Ernesto Guevara viene ucciso il 9 ottobre 1967. Cuba, pronta alla rivoluzione, è verde, avvolgente, selvaggia. La Bolivia viene locandina_guerrigliafotografata con toni freddi, glaciali. Il film è un virare continuo verso il grigio, che culmina nella scena in cui Che, stremato, cade dal cavallo (bianco) e attorno a lui la vegetazione, gli alberi, tutto quanto è del colore del ghiaccio. Una foresta di cristallo che prelude la morte del grande eroe. Toni d’azzuro, blu, grigio, invadono le foglie e la natura. Distante, indifferente. Esattamente come i contadini boliviani, più simili a quella natura infelice e tetra che non all’uomo che crede nell’uomo. Verso la fine del film, quando la disfatta è prossima, i colori che ritraggono i popolani tornano invece improvvisamente accesi. Vivissimi. Tornano reali. Un cambio di toni e un ribaltamento di prospettiva incredibili. Perché abbandonati a loro stessi, nell’ignoranza e nell’inganno del potere, quei contadini sono veri, mentre la grande illusione dei guerriglieri è irreale.

La regia di Soderbergh è impressionante. Tutto si gioca su pochi, precisi, meditati particolari. Se si esclude l’unico momento famigliare del Che in quattro ore e mezza di film, di Cuba Guerriglia ci mostra due cose: la prima immagine del film, ovvero Fidel Castro in televisione, già distante e filtrato dai media. Poi un gala nel palazzo del Governo all’Habana, in cui Fidel spiega ai suoi invitati come fare il mojito. Il messaggio non può essere più chiaro di così. Non c’è altro da aggiungere. Che classe, che sintesi. Guerriglia rispetto a L’argentino presenta inoltre un plot molto più classico. C’è l’inizio di un’azione – la tentata rivoluzione – raccontata sempre diacronicamente, cheChe-Guerriglia-gallery1 suscita via via reazioni – il governo prepara il contrattacco – fino ad arrivare allo scontro tra le parti e al tragico finale. Sarebbe ingiusto dire come Soderbergh sceglie di farci vivere gli ultimi istanti del Che, ma la scelta è forte e commovente. Se per tante ore il distacco aveva preso il sopravvento, alla fine risulta evidente quanto questo fosse funzionale a dare il colpo di grazia alla nostra emotività. La scena nella capanna, con il Che prigioniero e il ragazzo – che sarà poi l’esecutore – affascinato suo malgrado, è tremenda. Assolutamente evangelico, cristologico, è il momento del trionfo dell’idea sulla morte. Alla fine l’ammirazione del regista (e del suo interprete), il rispetto per quella vicenda umana e storica emergono con forza. E non potevano risultare così intensi senza la giusta distanza e la grande lucidità che il film si prende. Un film difficile. Un lavoro memorabile.

Che – Guerriglia, di Steven Soderbergh, Spagna/Francia/USA, 2008, 131 minuti.

Cast: Demiàn Bichir, Rodrigo Santoro, Benicio Del Toro, Catalina Sandino Moreno, María D. Sosa, Franka Potente, Joaquim de Almeida, Norman Santiago, Paty M. Bellott, Othello Rensoli, Pablo Durán, Ezequiel Diaz, Raúl ‘Pitín’ Gómez, Jorge Perugorría

Distribuzione: Bim

Uscita: Cannes 2008, 30 aprile 2009 (cinema)

Articoli precedenti »

Categorie