Inserito da: nonhosonno | Novembre 5, 2009

Nemico pubblicodi Michael Mann

John Dillinger si aggira indisturbato per l’ufficio della Polizia di Chicago. Siamo nel 1934 e lui è il rapinatore di banche più ricercato degli Stati Uniti. Non è travestito. Ha semplicemente sfidato la sorte. Come al solito. Gli agenti, che si occupano del suo caso sotto l’egida del neonato Federal Bureau of Investigation voluto da John Edgar Hoover, non notano Dillinger che passeggia. E osserva tutte le foto che l’Fbi ha appeso alle pareti per ricostruire la sua parabola di criminale. Pareti fitte di sue immagini, di quelle della sua donna, dei suoi complici. Dillinger e la sua vita sono dispiegati in quella stanza. Tutti i poliziotti d’America lo stanno cercando. Ma nessuno lo vede camminare in carne e ossa. L’impalpabilità del mito, la sua virtualità, è il tema portante del nuovo film di Michael Mann, Nemico pubblico che il New York Times ha definito una “densa e bellissima opera d’arte”.

Nella versione di Mann, la quindicesima della storia del cinema americano, Dillinger è incarnato da un ombrosissimo Johnny Depp. Perfettamente in linea con l’ineffabilità del personaggio. Mentre il nemico del rapinatore, l’agente speciale Melvin Purvis, che ha l’ordine di catturarlo, ha il volto di Christian Bale. Due divilocandina antagonisti, mai in scena contemporaneamente (scelta che Mann aveva già fatto con De Niro e Pacino in The Heat), ma destinati a incrociarsi sul finale, quando il “Robin Hood” della Grande Depressione viene ucciso. Mann mette in scena i dieci mesi che precedono quel momento, a partire dalla spettacolare, coreografica, evasione dal Carcere di Lake County, Indiana. In cui Dillinger libera la sua gang e si lancia in un folle volo di fughe, rapine alle banche, passione e morte. Nel film viene dato ampio alla storia d’amore con Billie Frechette (Marion Cotillard), che rafforza la fisionomia del protagonista come eroe romantico. In realtà, uno spregiudicato che intuisce il potere dei media, la loro capacità di creare realtà. Uno che, a chi gli propone di sequestrare le persone anziché rapinare le banche, risponde: “Alla gente i rapimenti non piacciono”. Per questo, la scena dell’ufficio di Polizia è la scena chiave, che fornisce la lettura forte al lavoro di Mann. Un’opera lussuosa, molto raffinata, che si sofferma sul valore del mito per la (nascente) comunicazione di massa, in cui ha un ruolo importante proprio il cinema. Dillinger è un simbolo per il paese (quegli Stati Uniti attraversati negli stessi anni dalle scorribande di Bonnie e Clyde) e nutre l’immaginario di milioni di americani. Che vedono in lui la vendetta contro le casse forti degli istituti di credito, ritenuti responsabili della povertà del paese.

L’altra scena chiave, ambientata in una sala non a caso, è cinematografica. Ancora più forte, stilisticamente più ragionata. Perchè Mann passa dalla realtà alla fiction per approdare nuovamente alla realtà. publicenemies_26Vediamo Hoover mentre sta addestrando le sue ‘truppe’ per trovare Dillinger. L’immagine diventa quella di un cinegiornale proiettato in un cinema, dove siede il ricercato. Lo stesso Hoover, dallo schermo, chiede a chiunque veda quell’uomo di fare qualcosa. Ed esorta gli spettatori a guardarsi attorno. Ma, ancora una volta, nessuno vede Dillinger, l’uomo “invisibile” che esiste solo nell’immaginario. E pensare che, nella realtà, l’uccisione del gangster fu uno dei punti più importanti messi a segno dal dipartimento guidato da Hoover, in quel momento ostacolato da molti. Dillinger è morto a 31 anni, il 22 luglio 1934, a Chicago. All’uscita di un cinema, dove aveva visto Manhattan Melodrama con Clarke Gable e Myrna Loy (caso che piace al regista, visto che i due divi degli anni ‘30 sono identici a Johnny Depp e Marion Cotillard), un poliziesco. E Nemico pubblico è anche una sontuosa passeggiata nel cinema di genere. Con una ricchezza di riferimenti enorme, in cui si possono isolare Brian De Palma e Arthur Penn. Del primo, Mann cattura il meglio: l’eleganza dei movimenti di macchina e la precisione nelle ambientazioni (a Chicago, poi, si svolge anche Gli intoccabili di cui De Palma realizza una delle scene madri nella stessa Union Station filmata da Mann). Mentre del Penn di Gangster’s Story ci sono reminiscenze nei momenti di fuga, nelle crivellate di mitra che uccidono molti personaggi e nella scena quasi-onirica, in mezzo al nulla, in cui i due amanti (là Bonnie e Clyde, qui Dillinger e Billie) si trovano soli, destinati alla separazione e alla morte. Il regista di Collateral realizza insomma con Nemico pubblico una sorta di musical colto, fatto di “numeri”, di scene studiate e perfetti cambi di stile. Girato in Hd, come una partitura il film ha virate inaspettate (l’utilizzo di una nervosissima steady cam dopo momenti riflessivi) e scansioni ritmiche sorprendenti. Forse il suo difetto, però, sta proprio nell’estrema cura, che paradossalmente crea un certo distacco emotivo con lo spettatore.

pubblicato su  il Fatto Quotidiano, 5 novembre 2009

Nemico Pubblico (Public Enemies), di Michael Mann, USA, 2009, 143 minuti

Cast: Johnny Depp, Christian Bale, Marion Cotillard, Billy Crudup, Stephen Dorff

Distribuzione: Universal Pictures

Uscita: venerdì 6 novembre 2009 (cinema)

Inserito da: nonhosonno | Ottobre 10, 2009

Motel Woodstockdi Ang Lee

La giovinezza è un’invenzione recente, probabilmente già consumata. Schiacciata tra l’eterna adolescenza che arriva ai 40 anni e l’età adulta, che attraversa l’intera vita, come una condanna, anche quando si è bambini. Sarà per questo che, ai nostri occhi, diventa sempre più necessario guardare alle nostre spalle, al momento più esaltante del XX secolo. Quello in cui la giovinezza ha cercato di prendere il potere. Dopo essere nata, alla fine della seconda guerra mondiale, tra i teen agers americani e inglesi appassionati di blues e jazz, tra i principianti assoluti raccontati da Colin MacInness, la giovinezza è fiorita durante i sixties. In tutto l’occidente, ma soprattutto negli Stati Uniti. Dove la stagione del pacifismo, del libero amore, della psichedelia, matura nel corso del decennio. E sboccia il 14 gennaio del 1967, durantgrace-slick-jefferson-airplanee l’happening al Golden Gate Park di San Francisco. È lo ’Human be in’, una lunga giornata che raduna ragazzi desiderosi di ascoltare le band della west coast (i Jefferson Airplane, i Grateful Dead, i Quicksilver) e le parole del poeta beatnik Allen Ginsberg. Inizia quella che diventerà la Summer of love di Haight-Ashbury, il quartiere di Frisco in cui, in pochi mesi, approdarono oltre centomila persone. E che culmina a giugno con il festival di Monterey. In cui suonano i gruppi della baia, assieme a Jimi Hendix, Otis Redding, Janis Joplin, gli Who. La musica è la bandiera della ribellione dei ventenni che si rivoltano contro i genitori, la loro vita conformista e contro la guerra in Vietnam. Dentro all’onda hippy c’è di tutto. Ci sono le comuni e c’è la ’Family’ di Charles Manson, gli studenti di Berkeley, gli appassionati di Lsd. Solo una cosa unisce tutti: sono giovani. Il momento d’oro è destinato a tramontare presto. Nel 1969 c’è già l’odore della fine. Che forse ha anche una data, quella del 6 dicembre. La sera del concerto dei Rolling Stones ad Altamont, in California. Quando ci scappò il morto accoltellato e non si replicò così la tre giorni d’amore e musica di quattro mesi prima, chiamata Woodstock.

L’ultimo film di Ang Lee, Motel Woodstock (dall’omonima autobiografia del protagonista, Elliot Tiber) racconta l’omonimo festival, il canto del cigno, il momento prima del tramonto. Lo fa concentrandosi sulla storia di un ragazzo. Come i cowboy de I segreti di Brokeback Mountain, come la spia di Lussuria (due Leoni d’Oro, ravvicinati e meritati) anche Elliot (Demetri Martin) è un giovane in bilico tra dovere e desiderio. Ma a differenza dei due precedenti film del regista, la tragedia questa volta resta fuori dallo schermo e il conflitto si risolve positivamente. Ma la malinconia serpeggia. Elliot vive a El Monaco, stato di New York, aiutando i burberi genitori nella gestione di un fatiscente motel. Ma dipinge, è pieno di aspirazioni e vorrebbe fuggire. Eppure resta lì, responsabile e inquieto, cercando di non soffocare organizzando piccoli eventi con la camera di commercio locale. Un giorno, il giovanotto dalle antenne sempre dritte scopre che la vicina località di Wallkill ha rifiutato di ospitare un festival musicale di tre giorni. Mettendo una croce sopra a un palco dove sarebbero saliti Hendix, Joplin, Who, The Band, Santana e tanti altri. Elliot non se lo fa ripetere due volte e contatta immediatamente il manager della Woodstock Ventures, Michael Lang (Jonathan Groff), proponendosi come alternativa: organizzerà la logistica dell’evento. Inconsapevolmente, Elliot mette un piede nella leggenda. E la sua vita, come quella dei suoi genitori, cambierà assieme alla storia del costume e della cultura del mondo intero.

All’ultimo festival di Cannes, Motel Woodstock è stato poco considerato. La commedia di formazione non è certo un genere nuovo. E questa ballata folk, lieve e leggiadra, appare lontana dai temi di Ang Lee e dalla tonalità degli ultimi, splendidi film. Ma i punti in comune ci sono. Il Motel_Woodstockfilm è una vacanza stilistica dal dramma, ma nella sua leggerezza si trovano motivi profondi e commoventi. Anche in Motel Woodstock, Ang Lee parla dell’impossibilità di trattenere la perfezione del momento, di costruire la propria vita sull’epifania della bellezza. Il film – in cui il concerto resta sempre rigorosamente fuori campo – termina con il presagio della perdita. Quella dell’innocenza e dei grandi sogni. La fidanzata del manager Michael Lang, che per tutto il film sembra una scoppiata, dice le parole più sagge: “la prospettiva è ciò che esclude l’universo, cioè l’amore”. La prospettiva è una linearità che spinge i protagonisti all’azione. Mentre l’universo, cioè l’amore, è legato alla contemplazione e all’attimo. I personaggi del film hanno partecipato a un momento che, ancora oggi, è eternato nella memoria collettiva, al concerto più mitizzato della storia. Eppure, reiterare la perfezione non è una possibilità reale. Questo è il tema onnipresente dell’ultimo Ang Lee: ne I segreti di Brokeback Mountain l’istante in cui sbocciava l’amore tra i protagonisti veniva replicato durante gli anni, il più possibile identico a se stesso, in una ripetizione progressivamente mortuaria. In Lussuria la passione erotica viene messa in scena sempre più arditamente, e avrebbe portato al matrimonio se non fosse intervenuta la parte più inscalfibile della realtà: l’esistenza del potere. In Motel Woodstock il regista si ferma un passo prima. La speranza c’è ancora, il concerto che ha unito migliaia di persone in un unico grande corpo è appena finito. Certo, resta un paesaggio di devastazione e sporcizia. Certo, il richiamo al concerto di Altamont degli Stones, citato dal manager Lang, per gli appassionati di musica trasuda tristezza (a proposito, vale la pena recupare il bellissimo documentario sull’evento, Gimme Shelter di Albert e David Maysles). Ma quando salutiamo Elliot, lo lasciamo nel pieno della libertà. Non ha più paura, ha affermato la propria omosessualità, ha trovato se stesso. Lo lasciamo ricco di aspettative, energia. Ma certamente, anche per lui, quella scoperta così vergine e innocente non tornerà mai più.

La giovinezza, come luogo psichico permanente, e non solo come momento anagrafico della vita, è uno dei temi che unisce Motel Woodstock ai due Leoni d’oro. Solo – e non è poco – qui Ang Lee ha voglia di raccontare la speranza, ancora palpitante, un attimo prima che si corrompa. Per questo il film è stilisticamente gustoso e scanzonato. La freschezza che trasuda dalla macchina da presa coinvolge ed appassiona. La voglia dImmagine10i libertà del regista è massima. Lo si vede nella scena del primo acido di Elliot (sottolineata da quel capolavoro che è The red telephone dei Love, che a Woodstock non c’erano), in cui i colori diventano sparati e le forme sempre più piene. E lo si vede fin dall’inizio, quando Lee cita apertamente il documentario Woodstock (1970) con l’uso continuo dello schermo diviso in due. Divertente è anche l’opposizione tra le tante macchiette freak e la concretezza della vita, raccontata costantemente nel film. Dove burocrazia e soldi sono temi insistenti. Tenuti battuti proprio per insinuare il dubbio che solo la leggenda epuri la realtà dalle sue verità. E per ricordare che solo nella perfezione del momento si trova il senso della grigia macchinosità che serpeggia nelle esistenze di tutti.

La musica, anche se fuori scena, è protagonista obbligata. Ed è un piacere. Perchè sentire Volunteers dei Jefferson Airplaine sui titoli di coda scalda il cuore. Del resto era inevitabile, prima o poi, fare un film su Woodstock come questo. Perchè se una cosa resta davvero di quegli anni americani è il connubio tra musica, giovinezza e ricerca di libertà. A cui guardiamo talvolta con distacco. Molto spesso con un po’ di invidia.

pubblicato su  il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2009

Motel Woodstock (Taking Woodstock), di Ang Lee, USA, 2009, 121 minuti

Cast: Demetri Martin, Dan Fogler, Henry Goodman, Jonathan Groff, Eugene Levy, Jeffrey Dean Morgan, Imelda Staunton, Paul Dano, Kelli Garner, Mamie Gummer, Emile Hirsch, Liev Schreiber

Distribuzione: Bim

Uscita: venerdì 9 ottobre 2009

Inserito da: nonhosonno | Settembre 14, 2009

Videocracydi Erik Gandini

Se siete ancora esseri umani, dopo un’ora e un quarto assieme ai mutanti di Videocracy vi assaliranno nausea e sconforto. Erik Gandini vorrebbe raccontare come, partendo da un’emittente televisiva privata che spara spogliarelli a mezzanotte, un manipolo di visionari dell’orrore capitanati dall’imprenditore Silvio Berlusconi sia riuscito a educare una nazione di intruppati, il cui il massimo sogno è andare in televisione. L’obiettivo non è raggiunto ma il regista circoscrive bene il campo narrativo concentrandosi su quattro protagonisti: la grande mente alias Silvio Berlusconi, la lunga mano organizzativa alias Lele Mora, il riciclatore di immondizia alias Fabrizio Corona e la materia prima su cui esercitare il potere videocratico. Ed è questo l’affare più interessante: la materia prima. La bruta carne da macello in Videocracy è Riccardo. Operaio di 26 anni che vive con la mamma in una modesta villetta del profondo nord. Riccardo sulle mensole della cameretta ha un elefantino di peluche azzurro e un pupazzo di Paperino, ma nella vita ha un sogno: essere famoso. E per essere famoso devi lavorare sodo. Per essere famoso devi costruirti un’immagine. Riccardo vuole diventare un ibrido tra Jean Claude Van Damme e Ricky Martin. Si allena tutti i giorni e non ha la fidanzata. Vive per la sua ossessione. E mentre macina provini, il povero operaio fa il pubblico nelle trasmissioni televisive a un passo dai suoi idoli. Un passo che è un abisso. Non è sul palco. È un semplice spettatore. Frustrato e in attesa della grande occasione, Riccardo è la leva per aprire il vaso di Pandora.

Forse sarebbe bastato raccontare lui per raccontare indirettamente tutto il resto. L’operaio Riccardo è l’innocente paradosso da cui analizzare l’Italia videocratica. Un potere primitivo che ricorda più l’alba della civiltà, in cui gli ominidi sivideocracy-thumb prendono a clavate, che le teorie sul contratto sociale. La videocrazia disintegra il patto e rinvigorisce l’istinto primordiale di sovrastare gli altri. Il terreno di gioco è l’immagine. Il sogno impossibile è realizzare di sè un simulacro perfettamente controllato. Che è poi l’ossessione del Capo Silvio, ma estesa a milioni di persone. E se questa ossessione, in misura differente, innerva l’intero sistema occidentale, solo in Italia la videocrazia è un potere quasi assoluto. Il fautore dell’incubo narcisista è infatti Presidente del Consiglio e lo è diventato solleticando gli istinti primari. Lo faceva già notare Nanni Moretti ne Il Caimano: per affermarsi, la videocrazia fa leva su pulsioni dirette e animalesche. Tette, culi, corpi. Ciò che consegniamo sull’altare del potere è la nostra umanità. E i corpi che ci vengono restituiti sono artificiali. Come quell’involucro fisico che è Fabrizio Corona. Che Gandini, giustamente, inquadra nudo mentre si ammorba con litri di profumo. Poco importa se lo sguardo di Corona poi trasudi noia e disprezzo per i propri simili. Anzi, forse importa: l’obiettivo è raggiunto. Corona è diventato un marchio e non si deve più occupare di sé. La morte non è più un suo problema, quindi neppure la vita.

Così torna utile incrociare le immagini di Videocracy con quelle dell’intervista a Noemi Letizia, un cyborg di 18 anni che dice che la paura non fa parte del suo vocabolario. Che è come dire che l’umanità non fa parte della sua esistenza. Il punto forte del film di corona_400Gandini è infatti la fenomenologia dell’aspirante Noemi, ovvero Riccardo. Che però è un ragazzo ancora troppo genuino per entrare nel regno dei morti – Riccardo, perchè lo fai? -verrebbe voglia di chiedergli scuotendogli le spalle. Riccardo non lo sa ma è lui la nota stonata, quella che potrebbe ribellarsi. Se Silvio, Lele e Fabrizio sono degni della famiglia di Non aprite quella porta, Riccardo è la vittima del massacro. Quella che, se sopravvive, può andare alla polizia. Gandini non riesce a fare una storia della videocrazia. Ma ci mostra un abbruttimento umano di dimensioni catastrofiche. È da questo abbruttimento che Riccardo dovrebbe essere salvato. L’operaio Riccardo deve essere salvato. Il problema è: da chi?

Videocracy – Basta apparire, di Erik Gandini, Svezia, 2009, 85 minuti

Distribuzione: Fandango

Uscita: 4 settembre 2009

Inserito da: nonhosonno | Giugno 27, 2009

Coraline e la porta magicadi Henry Selick

Un cartone animato adatto ai grandi, più che ai bambini. Coraline e la porta magica, diretto da Henry Selick – già regista di The Nightmare before Christmas scritto da Tim Burton – è un racconto di formazione dall’ambientazione gotica e dagli spiccati tratti horror. Coraline, una bambina vispa e sveglia, si è da poco coralinetrasferita dal Michigan in una casa sperduta e un po’ inquietante assieme ai genitori. Una mamma e un papà molto affaccendati nel lavoro, sempre davanti al computer, spesso poco disponibili con lei. I vicini di casa non sono poi particolarmente rincuoranti: c’è Wybie, un bambino insicuro e pieno di paure, due decrepite attrici di avanspettacolo, un acrobata russo che cerca di ammaestrare topi. Coraline non è contenta. Fino a quando, in un anfratto della nuova casa, non trova una porticina. Che, come per Alice, conduce in una realtà parallela. Ma non è un paese delle meraviglie, dove incontrare lo Stregatto e il Cappellaio. La realtà parallela è esattamente la sua casa, con la sua famiglia e i suoi vicini. Solo che in quel mondo magico le imperfezioni della vita non esistono: la mamma cucina cenette deliziose, il babbo lavora in un giardino pieno di fiori e colori, le vicine fingono solo di esser vecchie ma in realtà sono due bellissime fanciulle, l’acrobata realizza uno spettacolo magnifico con i topi ballerini. Ma questo mondo alternativo, cui Coraline si affeziona e in cui desidera sempre più restare, nasconde al fondo una terribile verità.

Coraline e la porta magica utilizza la tecnica dello stop motion, non certo nuova nell’animazione e nel cinema (è usata fin dagli anni ’60), ma “accoppiandola” con il 3D (cosa complessa, visto che la realizzazione del film è durata quasi tre anni). La sala deve essere attrezzata per poter garantire la visione ideale, ma la concezione stessa delle riprese e della fotografia, delle inquadrature, pensate per essere viste in “stereoscopia”, si avverte pienamente lo stesso, rendendo Coraline un viaggio avvolgente. Immaginifico, fortemente burtoniano (dai titoli di testa alle musiche, dal personaggio di Wybie al tono gotico di fondo) e decisamente coraline_exspaventoso nella seconda parte, il bel lavoro di Selick è una riflessione sulle illusioni, sui desideri frustrati, sull’impossibilità terrena della perfezione e sull’accettazione della realtà. La piccola Coraline si avventura in un viaggio pericoloso, e ne verrà fuori solo perché è una bambina determinata e forte, anticonformista e intuitiva. Tanto da rifiutare di restare “accecata” dalla cuccagna che si presenta davanti ai suoi occhi, e da voler in fondo tornare alla vita vera.

I temi sono densi, la storia è bella, la protagonista simpatica (come nel film in carne e ossa Stella, in questa stagione cinematografica sono le ragazzine ad avere le spalle larghe, a essere protagoniste di una crescita interiore, ad acquisire consapevolezza). Ogni tanto il ritmo della narrazione perde qualche colpo e non tutto è memorabile. Ad esempio, i vicini di casa non sono personaggi così interessanti, sebbene siano funzionali ai temi (l’orrore per la vecchiaia, la paura del fallimento) ma la scena del teatro con la metamorfosi delle anziane in belle acrobate al trapezio è splendida e di grande valore simbolico. Coraline è un ottimo film. C’è da chiedersi se piacerà ai bambini, visto che i ritmi non sono quelli dei film della Pixar. Certo, la forte valenza psicologica del lavoro sarà difficile da comprendere, ma sicuramente dopo la visione del film a nessun bambino verrà più tanta voglia di immaginare i propri genitori diversi da quello che sono.

Coraline e la porta magica, di Henry Selick, USA, 2008, 100 minuti

Cast: Dakota Fanning, Teri Hatcher, Ian McShane, Keith David, Jennifer Saunders, John Hodgman, Dawn French, Robert Bailey Jr., Aankha Neal, George Selick, Hannah Kaiser, Harry Selick, Marina Budovsky, Emerson Hatcher, Jerome Ranft.

Distribuzione: Universal Pictures

Uscita: venerdì 19 giugno 2009 (cinema)

Inserito da: nonhosonno | Giugno 22, 2009

I love Radio Rockdi Richard Curtis

1966, Gran Bretagna. Le radio convenzionali trasmettono musica classica e un po’ di jazz. Ma a bordo di una nave che veleggia nel Mare del Nord ci sono i pirati del sound con la loro Radio Rock, un’emittente “outsider”, fuori dai circuiti tradizionali, che per 24 ore al giorno manda in onda la vera musica del momento: il rock ‘n roll. Con i Kinks e i Rolling Stones, passando per Dusty Springfield e i Beach Boys, finendo con gli Who e quintali di garage, Radio Rock fa dimenare milioni di ascoltatori. E si diverte parecchio anche il variegato equipaggio composto dai dj, una cuoca lesbica e il patron della folle barca. Ovvero Quentin (l’ottimo Bill Nighy), un signore elegante ma molto alternativo, capo dello scoppiettante gruppetto: c’è il re dei dj detto “il Conte” (Philip Seymour Hoffman), Simon il romantico, il bizzarro Angus, l’isolazionista Bob – che cura le trasmissioni della notte e va giù di testa per la psichedelia americana – il silenzioso tombeur Mark, il furbo Dave. Fino all’arrivo dell’idolo tutto sesso delle radio americane: Gavin. Ovviamente, però, la banda di ribelli ha anche dei nemici. Primo tra tutti l’incartapecorito politico Mr. Dormandy (Kenneth Branagh), che a servizio della Regina cerca in tutti i modi di far chiudere bottega ai pirati.

locandina_radio rockDiretto dallo sceneggiatore di Quattro matrimoni e un funerale e Notting Hill, Richard Curtis (dietro la mdp anche per Love actually, dove già emergeva la musicofilia del regista), I love Radio Rock è una commedia estremamente discontinua nei risultati. I personaggi sono simpatici, alcune trovate sono divertenti, la musica è il massimo, ma alla fin fine sarebbe servita una direzione più precisa alla nave del film, per non portarla allo sbando. La rotta, probabilmente, avrebbe dovuto dribblare i toni della commedia sentimentale – mentre la sottotrama principale è quella del romanzo di formazione, perché sulla nave c’è pure l’adolescente alla scoperta del mondo – e puntare dritto al comico. Puntare a Un pesce di nome Wanda più che a Notting Hill, appunto. Perché i tratti di pura comicità ci sono e sono quelli che funzionano davvero. A partire dal ridicolo Mr. Dormandy ben accoppiato con l’aiutante Pirlott (il nome è una garanzia) e con una moglie terrificante, fino ad arrivare ad alcune scene al limite del demenziale. Come quella in cui un centinaio di ragazze urlanti salgono sulla nave, come premio di un concorso lanciato dall’emittente. E gridano in continuazione, di fronte a qualsiasi cosa… esattamente come quintali di adolescenti femmine facevano nel vedere i Beatles. Buffa la scena in cui Bob, sul finale, non riesce a staccarsi dai dischi dalle copertine allucinogene che gli piacciono tanto, come un bimbo non riesce a smettere il ciuccio. Divertenti alcuni scorci della “società” inglese che si vedono nei montaggi a sfondo musicale. Il film è punteggiato di buone immagini e trovate, ma soffoca sotto la sua struttura da commedia ben scritta (anche se, a onor del vero, le cose non vanno mai per il verso giusto e questo fa parte del “messaggio” del film).

Così, risultano noiose sequenze come quella del matrimonio di Simon, la storia dell’adolescente in cerca deli-love-radio-rock2 babbo, l’arrivo della madre (Emma Thompson) sulla nave. Insomma, fa scendere la catena tutto ciò che non è spasso ma convenzionale commedia da intrattenimento, che come direbbe anche Celentano non è per niente rock. Ci sono momenti in cui il film è addirittura brutto. Peccato, perché i personaggi sono ottimi, ben disegnati e, soprattutto, per i fan dei Sixties non capita tutti i giorni di ascoltare una colonna sonora così goduriosa. Film discontinuo, non certo deprecabile.

I love Radio Rock (The Boat that Rocked), di Richard Curtis, GB/Germania, 2009, 135 minuti

Cast: Philip Seymour Hoffman, Bill Nighy, Rhys Ifans, Nick Frost, Kenneth Branagh, Tom Sturridge, Chris O’Dowd, Rhys Darby, Katherine Parkinson, Talulah Riley, Ralph Brown, Sinead Matthews, Emma Thompson, Gemma Arterton, January Jones, Tom Wisdom, Jack Davenport.

Distribuzione: Universal Pictures

Uscita: 12 giugno 2009 (cinema)

 

Inserito da: nonhosonno | Giugno 7, 2009

Uomini che odiano le donnedi Niels Arden Oplev

Agatha Christie è tornata. Ma nel frattempo si è “mescolata” con Thomas Harris e Dan Brown. Uomini che odiano le donne, tratto dall’omonimo best seller dello svedese Stieg Larsson, è un buon mix di sano e tradizionale giallo, con personaggi che strizzano l’occhio a Il silenzio degli innocenti – citato palesemente nella scena finale – e l’intenzione di andare oltre alla storia manifesta, al racconto, aprendosi a una riflessione “storico/sistemica” che ricorda il Codice da Vinci. Nel 1966 la sedicenne Harriet Vanger scompare misteriosamente dall’isola abitata soltanto dai suoilocandina parenti durante una riunione di famiglia, un potente clan di industriali dai molti misteri. Quarant’anni dopo, lo zio che la adorava non riesce a darsi per vinto e per scoprire cosa si cela dietro la sua scomparsa – forse un omicidio – assolda Mikael Blomkvist, una star del giornalismo d’inchiesta, direttore della rivista Millennium, immerso fino al collo in pesanti guai giudiziari (gli è stata tesa una trappola da un magnate senza scrupoli di cui Blomkvist ha scoperto gli affari sporchi). I sospettati sono tutti i famigliari del clan Vanger. Un circolo chiuso, sebbene numeroso. Ma gli indizi sono pochi e il tempo ha fatto perdere molte tracce. Di fatto Blomkvist trova alcune zone grigie su cui lavorare ma è solo con l’intervento di una ragazza, Lisbeth Salander, che l’indagine prende la giusta piega. La giovane è una hacker eccellente, ma soprattutto è dotata di una sensibilità particolarissima. Colpa di un terribile passato di violenza e di un presente in cui ha imparato a non farsi mettere i piedi in testa da nessuno. Specialmente dal sesso forte. C’è quindi un consesso famigliare, ovvero un nucleo ristretto da cui estrarre il colpevole (Agatha Christie) e ci sono due personaggi che si aiutano nel risolvere un mistero e così facendo si aiuteranno anche l’un l’altro. Ma, come nel romanzo di Harris e nel film di Demme, anche qui è il “freak” della situazione, ovvero Lisbeth, ad essere protagonista essenziale e personaggio intrigante del film.

noomi-rapace-uomini-che-odiano-le-donneCome Hannibal Lecter insegna a Clarence Starling a conoscere il proprio “lato oscuro” (e a usarlo nel comprendere gli esseri umani), così Lisbeth si fa paladina di fronte al giornalista navigato di una vendetta – quella femminile – da sempre negata, capendo meglio di ogni altro la ferocia nascosta nel mistero. Sorta di angelo sterminatore, Lisbeth è capace di penetrare nei computer di chiunque, con un ribaltamento simbolico e freddo di quell’intrusione sessuale troppe volte subita dalle donne. Così, da gelida amazzone (ferita) diventa l’occhio e l’ingegno che fa saltare in aria il castello di carta della famiglia Vanger. E con essa dell’idea patriarcale che si nasconde in ogni famiglia. In questo, appunto, c’è la traccia complottistica del film (e del libro) che lega il potere maschile esercitato da sempre – dai tempi della Bibbia, come viene suggerito – sul “sesso debole” a quello esercitato con identica violenza nella società. Padri, fratelli, tutori, uomini d’affari, politici: il segno del maschio è la sopraffazione, e la trama suggerisce un sopruso universale da fermare con ogni mezzo.

Le due ore e mezza di film volano via. Il giallo funziona, così come funzionano l’innocua regia di Niels Arden e la fotografia nordica e distaccata. Tutto qui. Né più, né meno. Un buon prodotto da intrattenimento, gradevole e destinato a non passare negli annali.

Uomini che odiano le donne (Män Som Hatar Kvinnor), di Niels Arden Oplev, Svezia/Danimarca, 2009, 152 min.

Cast: Michael Nyqvist, Noomi Rapace, Lena Endre, Sven-Bertil Taube, Peter Haber, Peter Andersson, Marika Lagercrantz, Ingvar Hirdwall, Björn Granath, Ewa Fröling, Per Oscarsson, Michalis Koutsogiannakis, Annika Hallin, Sofia Ledarp, Thomas Köhler, Stefan Sauk, Gösta Bredefeldt, Reuben Sallmander.

Distribuzione: Bim

Uscita: 29 maggio 2009 (cinema)

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